THE CUT

(The Cut )

di Fatih Akin
TRAMA

Scampato al genocidio armeno del 1915, il fabbro Nazaret Manoogian si mette alla ricerca della famiglia dalla quale è stato separato, lottando allo stesso tempo per la propria sopravvivenza. Il suo viaggio lo condurrà in luoghi inaspettati.


RECENSIONI

Cantore della diaspora, della frattura culturale e generazionale fra la Turchia delle origini e la Germania d'adozione, Fatih Akin dopo una serie di opere tra commedia e mélo, spesso “coccolate” dai festival internazionali, cerca l'opera della maturità, mettendo da parte le storie dei suoi giovani protagonisti per affrontare di petto la Storia. Quella del genocidio armeno, al cinema poco frequentato, che tra il 1915 e il 1916 falcidiò centinaia di migliaia di individui, massacrati con le armi o per sfinimento nelle “marce delle morte”. Un affresco di ampio respiro che usa il protagonista, Nazaret Manoogian, come epitome di una civiltà: sopravvissuto, costretto a rinnegare la sua fede, privato letteralmente della voce. Alle prese con una pagina storica crudele e complessa, Akin subisce l’onere del cambio di registro e ingessa il suo cinema altrove irrequieto e sincero in un'impalcatura di simbolismi e rimandi cinematografici che il regista sembra subire forzosamente, più che perseguire consapevolmente. A partire dalla scelta, strenuamente difesa di fronte alla stampa, di girare il film in lingua inglese (così si esprimono tutti i protagonisti armeni anche tra di loro, mentre nelle sequenze cubane gli autoctoni parlano spagnolo: Akin ha affermato di non volersi districare fra dialect coach ed esperti, potendo così scegliere un interprete, francese di origine algerina, che nulla ha a che vedere con l’etnìa armena), opzione che amplifica il senso di straniamento dello spettatore e l'aura di confezione internazionale da esportazione, inerte e artificiosa nelle scene di massa. La perdita della voce di Nazaret, oltre a schiacciare l'acerbo Tahar Rahim sotto il peso di una performance mai all'altezza della situazione, è metafora usurata, così come l’utilizzo del cinema come linguaggio universale, che scomodando Charlie Chaplin e il suo Monello tenta di trasformare Nazaret in un eroe dal linguaggio non verbale ma dotato di una sensibilità che oltrepassa le frontiere. Proprio nella dimensione metacinematografica, che Akin sembra accogliere come via di fuga da una materia ponderosa nel cui controllo non eccelle, The Cut dimostra la sua ambizione irrisolta: scritto dal regista insieme a Mardik Martin, iracheno naturalizzato americano che ha collaborato con Scorsese (e non metteva mano a uno script dai tempi di Toro scatenato), omaggia nel cognome del protagonista Haig Manoogian, docente armeno di cinema che fu professore e produttore proprio di Scorsese. Nomi che cercano una legittimazione autoriale, laddove The Cut è la certificazione dell’incertezza di sguardo e di poetica di un autore sopravvalutato.

Ilaria Feole
Voto: 4
  
(03/11/2014)




BaronciniBertozziCompianiFeole
4 4 4 4

Back