CYMBELINE


di Michael Almereyda
TRAMA

La giovane figlia del leader di una gang decide di disobbedire al padre e sposare l’uomo che ama. Ma il padre non si dà per vinto e costringe la figlia a divorziare: l’uomo amato dalla ragazza partirà per l’esilio, mentre lei rimarrà reclusa nelle sue stanze finché non si deciderà a sposare il prescelto del padre (dal sito della Biennale).


RECENSIONI

Almereyda reinstalla ancora Shakespeare nel contemporaneo, rovesciando la premessa di Hamlet 2000: laddove maneggiava un capolavoro del drammaturgo, qui si applica a un testo minore, dalla trama intricatissima seppure universale (amore, fedeltà, tradimento, vendetta). E la minorità, l’essere sullo sfondo di una vasta produzione, consente al regista un assunto di maggiore libertà nella rilettura: meno l’opera è nota, più si può deformare. Il Cimbelino dei bikers si cala davvero nel nostro tempo, a partire dal sound di David Ludwig: l’incipit elettronico sembra introdurre un party, di fatto è una festa in maschera dove gli invitati di un classico si travestono da noi. “Bisogna distillare la lingua, non distruggerla”, dice il regista, così riproporre il linguaggio shakespeariano recitato in abito 2014 provoca un cortocircuito, creando ad arte una profonda dissonanza nei personaggi tra come appaiono e cosa dicono. D’altronde è uso di Almereyda manomettere l’archetipo e trasportarlo nel nuovo ambiente (Jekyll/Hyde di New Orleans, Mon Amour) o rimasticare la favola (il corto The Ogre’s Feathers da una fiaba di Calvino): in entrambi i casi lo stereotipo viene manovrato senza pudore, sfacciatamente, tradendo nella traduzione. Dunque anche Cymbeline, nelle sue assurdità, nelle sue inverosimiglianze, è un tassello coerente e logico: per l’autore una storia universale si può rifare in ogni tempo e luogo ipotetico, quindi a Rome in Usa oggi, cambiando colori e forme e combinandoli in possibilità infinite (un re può essere capo dei bikers, nel corpo sgualcito di Ed Harris), ma riempiendola sempre con la stessa materia (letteraria). Per questo, nelle varie mescolanze, il risultato non cambia: il nudo dato dell’intreccio non è rilevante come dimostra, tra gli altri, la paradossale rivelazione finale sulla paternità, già ampiamente “tradita” dal diverso colore della pelle che nega ogni parentela possibile. Da una parte la deformazione della fonte, dall’altra la conferma della sua validità sostanziale: nell’ambizione di tenere insieme i due volti del suo esperimento, Almereyda prosegue un percorso, discutibile certo, ma peculiare e ostinato, senza segni di cedimento nel suo oggetto film teso, ironico e compatto che non teme di esagerare.

Emanuele Di Nicola
Voto: 6.5
  
(10/10/2014)




BaronciniDi NicolaPacilio
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