LA BUCA


di Daniele Ciprì
TRAMA

Un cane fa incontrare Oscar, un avvocato misantropo sempre pronto ad escogitare trucchi per intentare cause e avere profitti, e Armando, appena uscito di prigione dopo una condanna di 30 anni. Il (non) morso dell'animale sembra diventare il giusto pretesto per una furbata, ma tutto cambia quando l'ex detenuto racconta di essere stato incastrato e quindi non colpevole dell'omicidio di cui fu accusato. Non c'è niente di meglio per Oscar, inebriato dall'idea di poter guadagnare molti soldi, che intraprendere un'azione legale contro lo Stato e "aiutare" Armando.


RECENSIONI

C’è uno stretto legame tra il povero Tancredi di E’ stato il figlio e l’ex detenuto Armando. Entrambi sono capri espiatori di un sistema che colpevolizza chi non ne prende parte, come se una prospettiva personale, d’indipendenza (artistica), fosse un male di cui vergognarsi. 
In una città non-luogo (una vale l’altra al giorno “d’oggi”) così simile alla Palermo anni Settanta dell’opera precedente, il tempo è immobile dentro un’ambientazione posticcia, buia e  retro’, che soffoca lo sguardo con le proprie suggestioni cinematografiche. 
Perché il cinema vi chiederete? Perché Ciprì utilizza proprio lo strumento cinema, nella sua irrisoria componente più derivativa, impregnando la rappresentazione con infiniti rimandi e ostentando, grottescamente, la mancanza di originalità del nostro, di cinema. E non è un caso che sia proprio un cagnolino, nella sua accattivante coordinata di genere, a "produrre" La Buca del titolo, un chiaro simbolo capace di racchiudere l’intera idea di un Paese.
Ecco quindi il vero carcere italiano, dipendente per tutto e in tutto dal suo meccanismo di finzione, lo stesso che l’avvocato Oscar cerca ripetutamente di protrarre inventando di sana pianta le cause più disparate. Si vive infatti di simulazione e manipolazione, e Ciprì  da una parte ci presenta mondi riconoscibili, tra commedia all’Italiana, realismo magico, echi wilderiani, ammiccamenti alla Brooks, melo hollywoodiano, whodunit, inserti d’animazione, parodia giudiziaria, road movie e così via, dall’altra li incrocia con un’ironia e un ritmo straniante, quasi si trattasse di elementi alieni.
La sconfitta è dietro l’angolo, di una poetica obbligata a sprofondare dentro quella buca per poter abbracciare, amaramente,  la richiesta di un happy ending. Ciprì ne è consapevole e trasforma in Mostri gli unici personaggi fino ad allora trasparenti, Armando e Carmen. Quasi a volerci dire che l’unico modo rimasto al singolo è utilizzare quella voragine contro chi l’ha generata. Anche a costo di fare il suo gioco.

Marco Compiani
Voto: 6
  
(10/10/2014)




CompianiFeole
6 5.5

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