99 HOMES

(99 Homes )

di Ramin Bahrani
TRAMA

Dennis è un giovane padre di famiglia sfrattato dalla sua casa da un agente immobiliare che lavora per le banche: Mike, uomo affamato di potere che gira con una pistola. Nella situazione drammatica nella quale si trova, farebbe di tutto per riavere indietro la sua casa e finisce per accettare di lavorare per Mike trovandosi così ad avere a che fare con la corruzione dell’industria immobiliare. Nel momento in cui i suoi problemi finanziari iniziano a sanarsi, però, i rimorsi lo perseguitano.


RECENSIONI
A senso unico

Non è semplice parlare dell’ultima opera di Ramin Bahrani perché ci si trova scissi in due. Da una parte, infatti, si resta colpiti dall’ottima padronanza del mezzo cinematografico con un film che intrattiene grazie a un impianto solido, interpretazioni perfette (Andrew Garfield è da sempre sottovalutato ma è strepitoso) e il tentativo di farsi specchio della contemporaneità. Ma è proprio quest’ultimo aspetto che si rivela un’arma a doppio taglio. L’argomento dei mutui subprime, cioè prestiti erogati a clienti definiti “ad alto rischio”, che ha messo in crisi la società americana rischiando l’effetto contagio in tutto il mondo, aveva infatti bisogno di uno sguardo più lucido e meno manicheo. Purtroppo invece il film gronda ideologia dalla prima all’ultima inquadratura e millanta un equilibrio di cui è privo, sbilanciato com’è in un’unica direzione, quella della tutela di chi per l’incapacità di saldare il debito contratto si ritrova sfrattato e in mezzo a una strada. 

Non che le banche, e il governo che le ha spalleggiate nel silenzio, abbiano operato con ingenuo candore (l’induzione al consumo esercitata nei confronti delle classi meno abbienti è sotto gli occhi di tutti e nei documentari di tanti), ma per sensibilizzare lo spettatore la sceneggiatura, dello stesso Bahrani insieme ad Amir Naderi e Bahareh Azimi, non esita a creare contrapposizioni ricattatorie: da una parte il giovane volenteroso e di buoni sentimenti che si trova costretto a sporcarsi le mani ma avrà modo e forza di ravvedersi (qualche macchia in più avrebbe sicuramente giovato alla credibilità del personaggio), dall’altra l’uomo cinico e senza scrupoli che oltre a fare onestamente il suo lavoro scomodo (gestisce gli immobili confiscati dalle banche ai clienti morosi) compie anche degli illeciti (e qui sta il dolo di Bahrani nel forzare il punto di vista dello spettatore). Per tacere del tono lacrimevole utilizzato nel descrivere i nuclei familiari sfrattati, sempre e solo vittime del sistema e mai persone che comunque qualche responsabilità ce l’hanno (in fondo nessuno li ha obbligati a indebitarsi e a firmare contratti vincolanti).

Solo un accenno viene fatto, un’unica volta, in cui il “cattivo” istruisce la giovane recluta, ma la sceneggiatura glissa sulle cause e punta tutto sulle conseguenze. Il problema di fondo è quindi quello di mostrare una situazione fortemente conflittuale, dare l’idea di un approfondimento e in realtà avere fin da subito la verità in tasca. Se denuncia deve essere, almeno che si sviscerino gli avvenimenti con più dati concreti, informazioni e meno retorica, facendo capire come si è giunti a una deriva in cui torti e ragioni sono comunque intrecciati. Tale disequilibrio non incide sulla resa emotiva dell’opera, ma ne limita inevitabilmente la portata. Il film è dedicato al celeberrimo critico cinematografico Roger Ebert, morto nel 2013, che ha definito Bahrani nel 2009 “il regista americano del futuro” contribuendo in modo determinante a renderlo un’icona del cinema indipendente americano, con i divi che ormai fanno a gara per recitare con lui. Prima o poi cederà al mainstream?

Luca Baroncini
Voto: 5.5
  
(26/09/2014)




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