THE SOUND AND THE FURY

(The Sound and the Fury )

di James Franco
TRAMA

Siamo nel Mississippi, alle soglie della Depressione dei primi del ‘900. La storia, torbida e labirintica racconta la decadenza e la sventura dei Compson, aristocratici del Sud caduti in disgrazia. Le vicende della famiglia vengono raccontate da differenti prospettive. I coniugi Compson hanno quattro figli: Quentin, Candance, Jason e Benjamin. La giovane Caddy, unica sorella femmina, viene narrata dai suoi tre diversissimi fratelli e diventa presenza candida e rassicurante, sorella ingenerosa, madre snaturata che abbandona la figlia.


RECENSIONI

Di tutto si può dire di James Franco fuorché di essere un artista pigro, ordinario e banale. Il suo cinema centrifugo e ipertrofico sopravvive ben oltre le sue singole interpretazione in pellicole d’altri che l’hanno reso celebre. The Sound and the Fury, il secondo incontro di Franco con la parola scritta di William Faulkner, torna ad essere un barocco e personale tentativo tra il tardo allievo universitario, quale lui è, che si approccia alla materia cinematografica dopo averne scalato le vette piatte e facili della celebrità, con un’idea di messa in scena alla maniera dell’autore controcorrente che si vuole libera e sperimentale. Occasione migliore per sviluppare un verbo espressivo talvolta caravanserraglio di dettagli ed emozioni, talaltro rigoroso e raffinato sistema visivo (Child of God), è il romanzo di Faulkner già diviso in quattro capitoli più un appendice (cruciale nel raffronto film/libro) dove a sua volta viene mescolato stilisticamente l’approccio narrativo più ordinario della descrizione in prima persona a quello di un più libero “stream of consciousness”. In questa volontaria ed imprecisa, o ancor meglio basculante messa a fuoco dello sguardo dei singoli protagonisti che si raccontano, Franco sposa pedissequamente l’imprinting evocativo con la costruzione di una sinfonia dell’occhio mai stabile, sempre febbrile, quasi affrettata. In quello che è più il declino, che una generica o accennata ascesa, dell’oramai sempre meno ricca e blasonata famiglia Compson nei primi anni del Novecento nel Sud degli Stati Uniti, seguiamo la quotidianità del ritardato mentale Benjy (interpretato con dentiera dallo stesso Franco) subito in medias res; dell’occhialuto e suicida Quentin; del dispotico, rabbioso e inconcludente Jason. Tutti e tre vengono legati dalla continua presenza/assenza in scena della loro sorella Caddy, dal livoroso e apatico padre Jason, della svampita madre e di una cuoca/governante nera che chiude il sipario sviluppando un tentennante e fuori fuoco passaggio del testimone alla dimensione dell’oblio per la stirpe dei Compson.

Tre approcci stilistici differenti accompagnano la traduzione dallo scritto al girato: l’affastellamento di dialoghi e semplificazioni nel ragionare di Benjy riceve un trattamento più sincopato, intuitivo e morbido da una macchina da presa che sfiora poeticamente i dettagli della natura, dei corpi e della materia; la concitata riflessione interiore di Quentin, innamorato della sorella Caddy che dolcemente scapperà, questo monologo fluttuante al ritmo dell’ossessione per il tempo e gli orologi, vive sullo schermo grazie ad un attenzione maggiore per la ricomposizione in montaggio di piccoli e rapidi frammenti tra passato e presente del suicida; Jason, il terzo fratello, ingrugnito e sempre teso nel suo sistemarsi con la mano i capelli e tentare di riattivare una sorta di autoritarismo familiare con urla e imprecazioni riceve in dono una regia più tradizionale fatta di lunghe sequenze a figura intera e più classici campi e controcampi. Franco e lo sceneggiatore Matt Rager attingono poi a piene mani all’appendice del romanzo per dare rotondità e completezza narrativa ai personaggi. Unico neo formale e concettuale riguarda la piatta conclusione, quasi in debito di ricette stilistiche quando tocca alla governante Disley chiudere il racconto. La dimensione epica dell’arricchita famiglia del Sud, che nel ripetere gesti e scelte che l’avevano elevata dalla povertà la porta allo stesso modo in rovina, non sta più nella magniloquenza generale del quadro, nel possibile spirito da kolossal o da ricostruzione d’epoca di un film “in costume”, ma in dettagli psicoanalitici infinitesimali che lo sguardo di Franco sembra aver registrato in presa diretta nel momento della scrittura faulkneriana.

Davide Turrini
Voto: 7
  
(14/10/2014)




BaronciniCompianiDi NicolaPacilioTurrini
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