THE DARK SIDE OF THE SUN


di Carlo Shalom Hintermann
TRAMA

Una serie di ragazzi affetti da Xeroderma Pigmentosum, rara malattia che non permette l’esposizione alla luce del sole. Un campo estivo, Camp Sundown, che si svolge completamente di notte. Una storia di animazione collegata alla loro vicenda.


RECENSIONI

Documentario ufficialmente sulla malattia applicata ai bambini, in realtà sull’essere altro rispetto alla comunità degli uomini, The Dark Side of the Sun restituisce gradualmente un universo parallelo: i “bimbi della notte” abitano un pianeta personale, che si forma per necessità e risponde a regole proprie. Come Nel paese dei sordi di Philibert (la vista e il tatto invece dell’udito), ma senza il rigore scientifico che conduce alla “semplicità complessa” del francese, qui la vita dei giovani è imperniata sul rovesciamento di un sottinteso sociale, la notte al posto del giorno. Da questa premessa, il tentativo di superare la registrazione elementare di una condizione passa per l’innesto animato. Le sequenze a basso costo di Lorenzo Ceccotti, in odore evidente di Studio Ghibli, costruiscono una corrispondenza tra le riprese dal vivo e l’animated fantasy, che scorre parallelo in accostamento anche visivo (per esempio, l’immersione animata “corrisponde” al tuffo della bambina nella realtà). Come alcuni uccelli escono solo di notte, presagiti nell’incipit dal volo a planare del gufo, così i ragazzi colpiti da Xeroderma Pigmentosum: non esclusi, ma diversi dagli altri, chiamati a cancellare la convenzione e riscrivere le norme per ritagliarsi un nuovo modo di vivere. La loro alterità viene inscenata nella riproduzione dei bimbi in animazione, che coltiva l’elemento magico e sovrannaturale: essi incontrano la Notte, che spiega loro come resistere all’oscurità, impartisce una lezione di sopravvivenza. Per diradare il buio (/la malattia) occorre sostituire la luce naturale e far brillare una sfera, quella della volontà individuale, l’unica illuminazione che “riduce” le tenebre costringendole a ritirarsi.

Gli stralci animati, tra citazioni (l’uomo di latta de Il Mago di Oz) e trasfigurazioni del reale, si risolvono in una serie di traduzioni grafiche della XP e dei giovani pazienti, che provano a ridisegnare poeticamente le implicazioni della malattia, ma si rivelano variamente banali e scontate: a ben vedere l’ambizione simbolica si limita alla messa in figurazione di luce e buio, che prendono diverse forme, dialogano con i bambini, lanciano indicazioni su come affrontare il morbo e sfiorano il messaggio, a cui concorre la puntualizzante voce fuori campo. Nella parte documentaria il regista Carlo Shalom Hintermann insegue i giovani, ritraendoli sia in istantanee di vita quotidiana, sia nei momenti più dolenti (il ricordo dello scomparso Kevin) all’ombra della degenerazione della patologia. L’autore sfrutta le opportunità della notte, vero motivo visivo, studiando i punti di visione nell’oscurità, valorizzando per contrasto le luci: così ottiene una luminaria umana, incollata al movimento dei bambini negli spazi scuri che con gli oggetti fluorescenti sfidano il buio. Ma la doppia strada documentario/animazione resta l’unica idea e presto si consuma: l’abbinamento suona automatico, il dialogo interno faticoso, l’intreccio fra le due metà non arriva alla costruzione di un senso compiuto.

Emanuele Di Nicola
Voto: 5
  
(30/06/2014)




BaronciniDi NicolaFeole
6 5 7.5

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