TRANSCENDENCE


di Wally Pfister
TRAMA

Il Dottor Will Caster, esperto di intelligenza artificiale, costruisce una macchina capace di simulare la coscienza umana. Assassinato da un gruppo di terroristi, continuerà a vivere grazie alla moglie Evelyn che farà un upload del suo cervello dentro un computer. La volontà di potenza del nuovo Will virtuale diventerà ben presto incontrollabile, arrivando a dominare tutto il sistema di rete del pianeta.


RECENSIONI

Già dalla prima apparizione Will Caster riveste il suo nido d’amore con una rete di rame, un chiaro rimando a quella più estesa, cybermisticheggiante, che cercherà di controllare l’intero pianeta. Perché l’utopica tecnocrazia del progetto PINN, in realtà, è semplicemente un’estensione del rapporto tra lo scienziato e sua moglie Evelyn, quell’afflato d’umanesimo che giustificherebbe, in virtù del sentimento, la riprogrammazione stessa dell’esistenza. Un’esistenza che però, nel suo perfezionamento, nasconde l’esigenza primaria di Will, ovvero l’isolamento dalle influenze esterne (le radiazioni elettromagnetiche) con un piano di dominio dove anche una singola goccia può diventare la rappresentazione, fondante, dell’unità della coppia. Trascendendo.
A un’idea di partenza tanto interessante quanto ambiziosa, segue purtroppo uno script a dir poco imbarazzante, retorico fino all’estremo nello sbandierare i temi fondanti con un fare filosofeggiante che, nel giro di soli 10 minuti, è in grado di inanellare uno dietro l’altro tutti gli eventuali spunti affrontati. L’esagerata semplificazione appare ancor più difettata dall’eccessivo spazio dato al sentimentalismo che se da una parte vuole dare un’anima specifica al genere dall’altra ne impedisce ogni concreto sviluppo. 
Trascendence di sicuro svia dal clamore dell’effetto speciale e cerca di concentrare nelle relazioni tra i suoi personaggi la vicenda, secondo un uso dei corpi che, con un po’ di forzatura, potrebbe ricordare la conflittualità essere/apparire di Andrew Niccol. Ma qui siamo da tutt’altra parte e l’opera prima di Pfister, direttore della fotografia di Nolan, vaga senza una vera e propria messa a fuoco, pasticcia con i capisaldi (da The Body Snatchers a Carpenter), cambia improvvisamente ritmo (dai toni meditativi della rinascita di Will all’assurda accelerata action del finale), stacca così bruscamente situazione da evidenziare ulteriormente i palesi limiti di sceneggiatura.
La rete, virtuale e fisica, rimane un abbozzo sempre al limite della sentenza olistica, l’unico abbaglio di una presunta connessione collettiva incapace pure nella sua scena migliore (il dna del PINN / brodo prebiotico che trasforma la Terra) di destare certi interrogativi.
L’ennesima recitazione monocorde di Johnny Depp corona questo inno alla Trashendenza.

Marco Compiani
Voto: 4
  
(18/05/2014)




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