IL CENTENARIO CHE SALTO' DALLA FINESTRA E SCOMPARVE

(Hundraåringen som klev ut genom fönstret och försvann )

di Felix Herngren
TRAMA

Allan, 100 anni, fugge dalla casa di riposo.


RECENSIONI

Il gesto di Allan è una fuga dalla Morte. Presagita dall’“omicidio” del gatto, egli prova a beffare la fine con un atto di rottura: calarsi dalla finestra e sparire semina anarchia sia nell’organizzazione sociale condivisa, sia nella comunità criminale, spiazzando entrambe che non sanno come interpretare l’evasione di un centenne. Allan fa saltare i ponti, come nel passato dinamitardo, respinge la vecchiaia in quanto preludio della dipartita e inizia un movimento verso la vita, il più lontano possibile dall’ospizio, dall’interno geriatrico sino all’esterno di Bali in compagnia di strane figure. Tragicommedia declinata in voice off dal protagonista, il film cammina su due gambe: da una parte il percorso presente dell’anziano, dall’altra la memoria del passato esposta in flashback senza giustificazione narrativa. Così il protagonista attraversa il Novecento, dalla guerra di Spagna all’atomica e all’Urss, corteggia la commedia degli equivoci e sfiora lo spy, col pilota automatico tra macchiette e dittatori.

La storia di Jonasson, trasposta da Felix Herngren, punta troppo sull’idea di partenza e vi resta ancorata: l’avventura è costruita sul topos, c’è una valigia piena di soldi che produce un “guaio” e i malavitosi che inseguono, senza sfruttare le opportunità dello specifico, né l’ironia malinconica e “assurda” del Nord (per esempio, la Norvegia di Bent Hamer) né lo sfondo svedese che si limita all’effetto fondale. Niente guizzi degni di nota, quindi, a parte gli scivoloni nella metafora pachidermica: l’elefante è il facile correlativo del protagonista, per dire che non sei mai troppo vecchio per essere libero (sigh), non importa l’età (“Quanti anni ha?”, “Non ho idea”) per scappare dal circo/ospizio in cui sei rinchiuso. Tiepido “film sugli anziani”, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve aggira accuratamente l’aspetto problematico della quarta età: Allan (Robert Gustafsson) sembra molto più giovane, una trovata che non regge quale traccia simbolica (la tenuta fisica in resistenza alla senilità), ma suona piuttosto come anestetico per non disturbare. E forse è ciò che si voleva: nel conciliante finale, al termine della fuga c’è un’isola felice che, didascalicamente, non ospita la morte ma l’amore. Attori affannati nei loro ruoli weird, regia invisibile o anonima, a scelta.

Emanuele Di Nicola
Voto: 4
  
(08/05/2014)




Di Nicola
4

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