ALLACCIATE LE CINTURE


di Ferzan Ozpetek
TRAMA

Elena, Antonio, Silvia, Giorgio: una coppia di coppie male assortite. Il destino e l’amore (il destino è l’amore?) metteranno a posto le cose.


RECENSIONI
Fotoromanza

Özpetek ha aspirato a essere o ha preteso di essere molte cose, nella sua prolifica attività; qui più che altrove, l’emulo di alcune fra le più appariscenti note retoriche di Almodòvar.
L’architetto di virtuosistiche strutture diegetiche che scompaginano il tempo e il senso. In verità, l’artificio dell’autore – felicemente naturalizzato italiano – è alquanto modesto per articolazione e prospettiva. Prima un’ellissi dall’inizio degli anni ’00 a oggi: a premesse romanzesche linearmente esposte, succede uno sviluppo del tutto trasparente; nessun interrogativo irrisolto, nessun mistero. Un semplice e tradizionale espediente per guidare lo spettatore omettendo di raccontare quel lungo segmento che potrà essere facilmente ‘riempito’ tirando le linee che collegano lo ieri all’oggi: un matrimonio, due figli, il successo che sorride all’intrapresa, la routine e la noia di un ménage come tanti altri. La grande sorpresa dovrebbe giungere col flashback finale; ma esso non scioglie alcun nodo drammatico, non comporta alcun capovolgimento nell’interpretazione della fabula, non è risolutivo di alcun dilemma morale; ha l’unico effetto di rendere inspiegabile la scomparsa di Silvia dalla vita dell’amica Elena: anziché la fluida naturalezza del modello iberico, la gratuita forzatura narrativa per realizzare un effetto di puro – e non particolarmente eccitante – stupore.

L’illustratore dell’imprevedibile tumulto dell’esistenza, delle inopinate occasioni che essa offre, delle sue svolte abrupte… ma quale tumulto? Una sequela di fatti in meccanica e prevedibile successione, con i protagonisti che passano dall’uno all’altro muovendosi in uno scenario fastidiosamente innaturale: la realtà sociale che attornia i protagonisti (il bar e la piazza, amici e famigliari, le stanze d’ospedale col personale che vi lavora e i pazienti che sperano e soffrono) resta uno sfondo di cartapesta, con marionette dalla battuta pronta (e vieta) ma artificiosa; se l’Italia attraversa una crisi senza pari sarebbe brutto, si sarà detto il regista, che nel film essa non emergesse. Ecco allora che un personaggio pronuncia a caso la parola ‘crisi’, mentre nulla – assolutamente nulla – di quanto si vede sullo schermo riesce a farla percepire. Un esito espressivo all’opposto del proclamato naturalismo.
L’indagatore, oltre ogni remora, di sentimenti e passioni che travolgono le convenzioni sociali e le stesse esistenze dei personaggi. La velleità dell’autore emerge qui crudamente sia sotto il profilo tematico che sul piano espressivo. Non c’è alcuna radicalità in questo piccolo dramma borghese di una donna irreprensibile, determinata, tradita, malata, perché non c’è radicalità nella visione, nei sentimenti e nelle scelte di lei. Più grave è la somma di espedienti a cui l’autore affida lo scrutinio di quelle passioni: la scena in cui dovrebbe montare la tensione erotica fra Antonio ed Elena è oltre i bordi del ridicolo, con quegli sguardi e quei gesti esagerati, di durata eterna, caricaturali; negli incontri sessuali il regista azzarda – ohibò! – l’esibizione seni femminili e natiche maschili, abbandonando l’antica pudicizia oratoriale per una contraffazione di ardimento rappresentativo il cui gusto estetizzante almeno in un punto (l’amplesso nel letto d’ospedale) raggiunge un culmine d’insopportabile stridore con lo snodo drammatico ov’è inserito. D’altra parte, se c’è da raccontare la tempesta emotiva della protagonista la mdp le si stringerà dappresso mentre la poveretta comincia a piangere. C’è da raccontare l’omofobia di un personaggio? Lo si fa sproloquiare al telefono per tre minuti mentre accumula tutti gli insulti omofobi documentati nei vocabolari. Bisogna spiegare che i bambini soffrono per le liti parentali? La mdp ne osserverà per un pezzo l’immobile tristezza mentre udiamo le grida dei genitori. Squisitezze linguistiche.

Il cantore d’una originale comunità femminile, il cui cemento è la solidarietà, la lucida comprensione della realtà, la coraggiosa accettazione dei sentimenti; mentre l’universo maschile è in fuga da tali valori o non ne sopporta il peso. Il gineceo di questo film è prodigo di parole, ma avaro di arguzia e poverissimo di intelligenza: battute micidiali, prediche impartite a ogni piè sospinto, considerazioni miserevoli che vorrebbero essere urticanti se non scandalose. Tante parole per nulla. Più che accogliente rifugio dalle tempeste della vita – eterna fenice nostalgica Özpetek – governato da femmine simpatiche e folli, una sagrestia soffocante di zuccherose consolazioni.
Il fustigator cortese della morale tradizionale. Il divario che separa il molto fumo e i modesti fuochi d’artificio dell’intreccio dall’immancabile, antico insegnamento è notorio; una volta di più il regista orchestra forme e temi in modo superficialmente brillante e apparentemente caustico per raccontare la favola bella dei sentimenti e dell’amore che supera ogni ostacolo. Tutto si aggiusta, o almeno si arrangia, nell’universo di Elena; l’aleggiare della morte – che dovrebbe essere numinoso e tremendo – non destabilizza il precario ordine esistenziale, ma lo ricodifica rafforzandone la rocciosa dogmatica: nessuna salvezza al di fuori del nido famigliare, ove trovano libero svago e sfogo la madre apprensiva, la zia pazzarella, l’amica sfigata, il marito fedifrago e pentito, la bella morente, i figli insopportabilmente amorevoli, la provvida dottoressa, l’amico gay dalla lingua salace (o almeno così crede colui; a noi è parsa tremendamente corriva e banale) che sa dare il giusto ascolto e l’ancor più giusto consiglio alle pene d’amore.
Trionfo degli stereotipi per un pubblico bisognoso di cibarsene. Didascalie al cubo per chi desidera essere ammaestrato. Buone intenzioni ad nauseam per coloro che amano rispecchiare e gratificare in esse la propria (falsa) coscienza. Un pizzico di nostalgia per il pubblico maturo (la musica degli anni ’70 non manca mai, nell’opera del nostro: stavolta è l’incolpevole Rino Gaetano). Cinema del troppo detto per occultare il non saper mostrare, il non saper raccontare.

Hans Ranalli
Voto: 4.5
  
(17/03/2014)




BaronciniRanalli
4.5 4.5

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