IL BAMBINO D'ORO

(The golden child )

di Michael Ritchie
TRAMA

L'investigatore Chandler, specializzato in bambini scomparsi, viene contattato dalla misteriosa Kee Nang che gli svela quanto sia importante per le sorti dell'umanità, essendo il prescelto per salvare il bambino d'oro dalle forze del Male. Queste, comandate dal demone Sardo, vogliono corrompere l'animo del giovane monaco per poi ucciderlo e distruggere il sentimento della pietà nel mondo. Chandler, dapprima scettico, si convince ben presto che c'è qualcosa di molto strano in ballo e decide di partire per il Tibet.


RECENSIONI

L’esorbitante scarto tra il synth che sottolinea l’avvicinarsi di Sardo e i mantra dentro il tempio tibetano rende alquanto chiara l’operazione estetica alla base de Il bambino d’oro.
Uno scarto ancora più accentuato nella sequenza successiva: la macchina da presa affossa ogni guizzo simil spirituale e piomba in un gioco di dettagli per le strade della California, piena esaltazione di materia, rimasticata, il cui emblema è una rivista porno di oversized nelle mani di un povero malcapitato che si ritrova dietro le spalle lo scimmiottante Murphy. Il volo compiuto in pochi istanti è pazzesco: dal nuovo salvatore ci ritroviamo su una cover intitolata chunky asses (culi pesanti).
Vietato quindi storcere il naso, perché lo sfottò di Michael Ritchie raggiunge proporzioni soprannaturali, imbastendo una commistione di genere che eccede palesemente nei toni, “sfiorando” la deriva trash, ingurgitando gli input del periodo senza mezze misure (l’ossessiva eco musicale è il segno di un videoclip che sta intaccando il tessuto generazionale), lanciandosi in un super budget dove gli effetti speciali abbracciano il tipico sensazionalismo anni 80.

Il bambino d’oro non cela la sua natura da baraccone, scanzonato nel delegare al suo petulante protagonista il giusto distacco dalla materia trattata, così impregnata di basso sottotesto culturale, televisivo, da non riuscire a liberarsene.
E’ sì impossibile non riconoscere i frequenti svarioni del film in questione, spesso ridondante nelle sue verbose declinazioni demenziali, ma con un briciolo di attenzione riconosciamo anche una chiara idea, quella di un prodotto di consumo pasticciato e distorto nella sua essenza, dove la magia di un tocco innocente può far ballare una lattina di Pepsi.
Teniamoci allora questo mondo pronto a rispecchiarsi nei suoi limiti parodici, come nella scazzottata con la banda di bikers, chiara protesi-videoludica allo stesso video dei Ratt che rimbomba dallo schermo televisivo (Body Talk 1986).
C’è infatti poco da brontolare, perché siamo sempre lì, dentro il demone dell’intrattenimento, una chiara minaccia per la pietà di cui questo presunto bambino d’oro si fa portatore.
Che poi, a essere onesti, il fatto che dentro una ciotola di fiocchi di avena sia nascosto del sangue, pronto a corromperci, non può fregarcene di meno.

Marco Compiani
Voto: 6
  
(12/02/2014)




Compiani
6

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