BLANCANIEVES

(Blancanieves )

di Pablo Berger
TRAMA

C’era una volta una fanciulla, Carmen, figlia di un matador nella Spagna degli anni ’20...


RECENSIONI

Érase una vez

Biancaneve torna sempre: dalla versione più riuscita (Biancaneve di Tarsem) alla più indifendibile (Biancaneve e il cacciatore di Sanders), la favola del 1812 è il vero archetipo rimasticato nel 2010. Biancaneve, secondo lo spagnolo Pablo Berger, incontra il muto in forma di fiaba espressionista: inquadrature sghembe, piani sequenza, ardite soggettive (anche di animali: un gallo), sovrimpressioni. Figure note che tornano in altra veste (il padre/matador), antagonisti figurativamente ricostruiti ma traslati nelle coordinate spazio-temporali (la strega che assiste alla corrida), così come gli aiutanti re-impaginati in nani toreri. Non è un’altra versione del racconto ottocentesco, è Biancaneve che ricapita nell’Andalusia degli anni ’20, la fonte viene apertamente citata e diventa stage name: “Ti chiameremo Biancaneve come nella fiaba”. Tutto può succedere ancora, (quasi) con le stesse caratteristiche: il buono è solo buono, il cattivo è solo cattivo, la divisione manichea rigidamente rispettata.
L’operazione del regista, al contrario di The Artist, non riguarda però il tramonto di un’epoca e i suoi codici e l’“invenzione” della parola, non si offre come riflessione eminentemente cinematografica: al contrario, si pone a metà fra tentativo di riscrittura postmoderno (se Hansel e Gretel cacciano vampiri, allora Biancaneve può fare la donna torero) e omaggio complessivo al muto attraverso la sua ricostruzione filologica, come l’uso delle didascalie. Un ibrido corredato da scene “oggettivamente” notevoli, per tutte la macrosequenza del gallo: la cinepresa segue la bambina che segue il pennuto e si lancia in un pedinamento che, risolvendosi in un finale a sorpresa, collega una situazione narrativa (il pretesto) a quella successiva (il punto centrale) e porta la giovane alla scoperta del padre disabile. Ineccepibile.

E non vissero felici e contenti

Il film si compone di una serie di sequenze di questo tipo, più o meno lunghe, più o meno riuscite, che frammentano i riferimenti e li ricompongono simili, ma non uguali all’originale. Il gioco è presto compreso, la perizia della confezione ammirata. E poco dopo, di conseguenza, affiora un sospetto: in equilibrio tra varie spinte, tutte isolabili, come l’evidente spagnolità e il patrimonio comune grimmiano, Blancanieves unisce punti di contatto universali tra noi spettatori (tutti conoscono la Spagna, tutti conoscono la fiaba), spinge verso una comoda identificazione, insomma corre un rischio calcolato. Anche sull’aspetto stilistico, ovvero rifare il muto incrociato con la fiaba, restano dubbi: nel riallestire il cinema senza parole Berger, che non è Guy Maddin, non piega le possibilità del muto alle proprie peculiarità, ma piuttosto il contrario. Il regista insegue il muto e ottiene un’imitazione del passato, non la sua rilettura personale, ma la manomissione di un’epoca che sfiora l’apocrifo: non si usa il cinema degli anni ’20, si tenta di rifarlo. E chi già lo conosce rischia, banalmente, la noia.
Tutto questo, almeno, fino al finale che spariglia le carte. Carmen/Blancanieves degrada in un circo, vittima dello sfruttamento dell’immagine che lei stessa ha firmato. Baciarla è un’attrazione da luna park, un nano si candida invano come principe azzurro. La protagonista di una favola diventa ostentazione feticista, tirabaci per sconosciuti: il corpo vuoto di Biancaneve, il testo della fiaba, subisce passivamente l’accanimento su cadavere che è il mito che svanisce, ridotto a guscio artificiale, mosso da un sistema di leve. La chiusura amarissima suggerisce, sommessamente, la violenza della contemporaneità sulla fiaba, l’impossibilità di installarla nel 1920 per riproporla oggi, il suo essere fuori luogo qui e ora: Biancaneve esangue viene esposta ed irrisa, è una elephant woman nel tendone dei mostri. Per lei non c’è risveglio, una lacrima è l’unico segno umano, si continua a dormire: la dissolvenza finale è presa d’atto di un’impotenza, nella morte di una storia è sconfitta anche la sua riproducibilità possibile, il cinema stesso (muto e non) si arrende. Non c’è lieto fine nel circo del business. Ottima resa degli interpreti, dalla protagonista Macarena García alla consueta classe di Maribel Verdú in “negativo” nelle vesti di strega. Commento ipnotico di flamenco costante di Alfonso de Vilallonga, da riascoltare come un film a parte.

Emanuele Di Nicola
Voto: 6.5
  
(06/11/2013)




BellucciBilliDi NicolaFavaraPacilioSangiorgio
5.5 4 6.5 5 5 4.5

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