ANNI FELICI


di Daniele Luchetti
TRAMA

L’estate in cui la famiglia di Dario, perdendosi, si ritrovò.


RECENSIONI
Professione: performer

Imbarazza, in ogni senso, il nuovo film di Daniele Luchetti: l’autore si mette gioco con violenza, assumendo su di sé l’onere della voce over, narrando un ricordo d’infanzia, quello della separazione dei genitori, ma più ancora evocando con studiata pesantezza un mo(n)do cinematografico, quello del “film italiano sugli anni Settanta” (di fatto un sottogenere già ampiamente codificato dal cinema non meno che dalla televisione), al tempo stesso prigioniero e complice delle proprie ossessioni. A questo paradigma sono riconducibili la doppia struttura ad anello (il film si apre su una sequenza in apparenza anodina, che sarà ripresa al centro dell’opera e ne costituirà l’epilogo), la ridondanza del commento fuori campo (e sopra le righe), l’affollarsi di figure secondarie (i parenti di lei e di lui, il mondo dell’arte) in precario equilibrio tra paradigma e bozzetto (prevale il secondo), la recitazione esagitata e monocorde di Rossi Stuart e Ramazzotti, contrapposta all’acerbo distacco di Samuel Garofalo, cui il regista affida un ruolo a dir poco ingrato, un “ritratto dell’artista da giovane” (la cinepresa non mente) gestito con spudorato narcisismo, ma senza condiscendenza. Il film è Guido Marchetti: presuntuoso, goffo e irrisolto, succube degli schemi, ansioso e al tempo stesso timoroso di liberarsene, ardito a parole, terrorizzato dalle pulsioni (la sublimazione del desiderio carnale nella poesia dell’immagine, pronta a farsi remunerata réclame), predica la catarsi rivoluzionaria e (si) ripiega sull’elegia, un po’ facile, ma non per questo insincera, di uno splendore perduto che, con ogni probabilità, non è mai esistito.

Quello di Anni felici è un circolo vizioso (per riprendere una battuta di Dario, una delle poche all’insegna dell’understatement in uno script enfatico e declamatorio, probabilmente anche oltre le intenzioni degli autori) in cui la felicità non si perde improvvisamente, ma si sgretola poco a poco, scivolando quasi impalpabilmente sui volti e sui corpi (il dialogo in auto fra Serena e Helke, in cui il naturalismo delle prime battute cede il passo a una violenta carica onirica, propiziata dall’alternanza di luce e buio), dilatando lo spazio dei ricordi (i super8 della vacanza francese, diario di un’esperienza che sembra spingersi ben oltre i confini temporali dell’azione evocata), deformando la memoria e facendo di un “semplice” tuffo il nodo di un’azione tutta interiore che allude, per una volta senza superflue sottolineature, a una scena primaria ben lungi dall’essere risolta. Tutt’altro che un film perfetto, con più di una battuta di arresto (il critico redento, nientemeno), ma un film vitale, anzi, vivo. Non è da tutti.

Stefano Selleri
Voto: 6
  
(18/10/2013)




BertozziSelleri
6 6

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