AT BERKELEY

(At Berkeley )

di Frederick Wiseman
TRAMA

Uno sguardo dentro Berkeley, università pubblica.


RECENSIONI
L’università

Dopo tre documentari sul movimento del corpo (il balletto de La Danse, il pugilato di Boxing Gym, lo spettacolo di nudo di Crazy Horse), Frederick Wiseman rovescia geometricamente il principio di quel trittico e dispiega una pellicola sulla costruzione del pensiero. At Berkeley è il negativo de La Danse: “Ho girato un film completamente dedicato al balletto, con brevi intervalli parlati. Stavolta ho deciso di fare il contrario, un film interamente parlato con brevi intervalli musicali. Ogni sequenza è come un angolo retto: prima c’è un lungo segmento parlato e poi una rapida parentesi musicale che unisce una ripresa a quella successiva”. Seguendo il consueto metodo entomologico (12 settimane a Berkeley, 250 ore di girato, 14 mesi di montaggio), il cineasta muove un passo avanti cronologico rispetto al dittico High School (1968) e High School II (1994), infiltrandosi nella successiva età dell’uomo e nel sistema che la comprende: dove c’era la scuola superiore qui c’è l’istruzione universitaria. In entrambi i casi, però, l’obiettivo è centrato sulla formazione della mente: il Pensiero non è univoco, ci sono tanti pensieri possibili quindi, stavolta più che mai, è lecita e inevitabile la moltiplicazione dei punti di vista.

Il film alterna almeno tre piani documentali, un gomitolo in cui ognuno tira il suo filo: studenti – professori – dirigenti. Ognuno è pedinato nelle attività quotidiane e descrive gradualmente la sua porzione: la battaglia per contenere le tasse, l’impegno nell’insegnamento di alto livello, i problemi economici e razziali degli studenti sono alcune parti che formano il corpo universitario. Ma non è tutto, perché all’interno della tripartizione si dibattono altri piccoli gruppi o entità singole: c’è il ricercatore che tenta di perfezionare un’intelligenza artificiale; c’è il giardiniere che cura l’erba nei prati dell’ateneo (“La prima immagine che diamo è decisiva per chi vuole iscriversi”, così il preside); ci sono le divisioni interne fra i giovani, come dimostra il vibrante discorso della ragazza nera, a puntualizzare che la comunità black ha sempre pagato, si è guadagnata con le unghie e coi denti ciò che gli white americans danno per scontato. Gli appostamenti del cameraman John Davey, come molti occhi, si posano sulle persone ma anche sulle cose: si va dalle materie più complesse (la lezione sul Tempo secondo Stephen Hawking) agli angoli più “bassi” e contemporanei che pure, semplicemente, fanno parte di questa vita.

Lo spettacolo sul dominio tecnologico ed emotivo dei social network (“Fammi sentire vivo, diventa mio amico su Facebook”) dimostra che At Berkeley indaga tutte le regole sociali e, con sottile ironia, perfino le parodizza: l’importanza iperbolica attribuita a una richiesta di amicizia è la deformazione di quelle regole, l’eventuale contrario dell’istruzione, ma è anche innegabilmente una porzione di mondo e come tale ottiene la dignità di uno spazio rappresentativo. Così, lentamente, una prospettiva si sedimenta sull’altra in modo potenzialmente infinito. Non si cade mai nella semplice accumulazione, anzi: collegati da riprese di raccordo che raccontano attività quotidiane nel perimetro universitario (un uomo e il suo cane, una ragazza in bici, una donna delle pulizie), i temi interni a tratti affiorano in primo piano, a tratti scompaiono e poi tornano, a tratti restano sottotraccia ma dialogano sempre fra loro. I vari piani si parlano costantemente orchestrando un’interlocuzione serrata, si attraggono e respingono: per esempio il preside si preoccupa degli studenti poveri, la cui esclusione sarebbe cattiva pubblicità, ma nelle riprese a loro dedicate gli studenti “rispondono” sottolineando le difficoltà delle minoranze razziali. Vedute divergenti, problemi contro altri problemi, molteplici parziali del reale.

Nell’ultima parte, il film segue la preparazione e lo svolgimento di una manifestazione studentesca per il diritto allo studio. Evento – naturalmente – che viene raccontato da un duplice punto di osservazione: da una parte gli studenti che organizzano l’occupazione dimostrativa della biblioteca, dall’altra i dirigenti impegnati a governare la situazione critica. Il terzo occhio, più obliquo ma ugualmente centrale, spetta agli studenti che respingono l’attivismo e vogliono completare gli esami. Esposizione, di nuovo, di una tecnica: sfaccettare ogni situazione, mai allungare l’ombra di un giudizio ma guardare dietro lo specchio, cercare sempre un’altra opinione. L’opera offre anche un maestoso crescendo visivo, con la graduale costruzione di quadri che all’improvviso diventano senza parole, si fanno simbolici: basti la luminaria naturale del corridoio di Berkeley invaso dalla luce esterna, come se questa fosse la Conoscenza, mentre gli studenti ripassano nei coni d’ombra, come se questa fosse la Formazione.

At Berkeley è davvero un film sull’università, come ha notato Enrico Ghezzi, non solo nel primo significato ma anche in senso etimologico: un insieme di persone e cose esplorate nella loro totalità, ovvero una delle totalità possibili ottenuta attraverso quelle singole parzialità (altre ce ne sarebbero, si lascia intuire). E’ anche un referto sulla crisi, l’istruzione pubblica che resiste senza soldi, esattamente come resisteva il Ballet de l’Opéra de Paris e il Crazy Horse. E’ un film politico in due sensi (ancora): sull’impegno politico, ovvero come rappresentare un interesse comune, e su una politica della visione. Alla fine, addirittura, viene herzoghianamente sfidato il confine umano: “Nel futuro sarà possibile andare su Sirio?”, si chiede il docente riflettendo sui viaggi spaziali. E qui si lancia un implicito: solo lo sviluppo della conoscenza, dunque la pratica dell’istruzione, potrà superare i nostri limiti domani, solo il Pensiero difeso e coltivato con cura. Se davvero andremo su Sirio, non è dato sapere. Riprodotto scientificamente questo pianeta, sembra dire Wiseman, possiamo provare a guardare altro: provocatoriamente, utopicamente, alziamo gli occhi verso una stella. Alla fine del presente c’è una visione del futuro. Un film/mondo, quattro ore luminose, un film totale.

Emanuele Di Nicola
Voto: 10
  
(04/10/2013)



Dodici settimane di riprese; Duecentocinquanta ore di materiale; Quattordici mesi di lavoro al montaggio; Quattro ore di proiezione. Presentato fuori concorso, At Berkeley di Wiseman non è solamente un film sulla scuola o sulla vita privata degli studenti universitari, ma molto più radicalmente, è una pellicola sul rapporto tra pubblico e privato, tra realtà e istituzioni. Il cineasta americano, lontano dalla pedestre e ingenua descrizione di fatti reali, inquadra comportamenti e attitudini indicando allo spettatore un nuovo punto di vista, uno spazio inedito con cui esaminare il mondo circostante. Più film drammatici che documentari, i lavori di Wiseman dispongono in scena un conflitto, mettono in circolo un problema e cercano di fornirne una chiave interpretativa: aperti i cancelli si passano in rassegna prima le lezioni ai corsi, il consiglio di facoltà e poi, le lotte studentesche, le proteste, i gruppi di discussione. Una pubblica resistenza combattuta in un microcosmo privato eretto su disposizioni che sembravano incrollabili: la grande università americana di Berkeley che per anni ha saputo garantire il diritto allo studio anche a chi non poteva permetterselo, viene colpita da tagli consistenti da parte del governo. L'analisi di Wiseman procede attraverso un'indagine priva di demisticazione dimostrando l'elevato livello di istruzione offerto: la metà degli studenti al momento della laurea ha già avuto modo di affrontare un progetto di ricerca; il corpo docente si interroga continuamente e attivamente riguardo al lavoro degli allievi (si pensi alla sequenza in cui viene spiegato il funzionamento di gambe “meccaniche” per persone non in grado di camminare); le lezioni non sono esposizioni frontali dell'insegnanti ma dibattiti continui caratterizzati da botta e risposta incalzanti tra le parti. 

Seppur molto diversi tra di loro, High School e At Berkeley sono strettamente dipendenti l'uno dall'altro: entrambi nascono dal desiderio di mostrare il funzionamento delle istituzioni ma, se uno parla di divario generazionale tra allievi e insegnanti, dei tempi che stanno cambiando («The times are a changin'. And this Pennsylvania school is not ready to hear the music»), dell'insegnamento confuso con la disciplina (le punizioni per le gonne troppo corte delle ragazze), At Berkeley esibisce un tempo e uno spazio in cui alla protesta si è sostituita la disillusione, alla violenza del gesto l'inutilità della festa studentesca, alla partecipazione l'individualismo. A fare da contraltare alla mancanza di motivazione giovanile, vi è il desiderio di riflessione da parte dei docenti e la loro forte adesione alla causa (alcuni sarebbero disposti a rinunciare a parte del proprio stipendio pur di continuare offrire il servizio che ha contraddistinto Berkeley tra le migliori università americane). Wiseman conduce l'analisi con estrema minuzia e, per farlo, non opera attraverso una regime significante di immagini bensì solamente attraverso il loro accumulo: nessuna sequenza è più importante di un'altra, tutte sono sostituibili e intercambiabili in un flusso dove a fare da intermezzo vi è la ripresa costante dello spazio adiacente. Wiseman distante dall'uso di riempitivi, è i grado di trasformare le aule, i corridoi e i giardini che riprende costantemente attraverso la sua lente, in protagonisti assoluti del conflitto che mette in scena; se con Crazy Horse «documenta la gestazione di uno show di cabaret e tenta di trasferirlo in un altro formato», con At Berkeley converte la presa di coscienza di problemi, paradossi, insicurezze e dilemmi storici in un'inchiesta, in una ricerca sul grande schermo. Il reale trasborda dall'inquadratura, dai problemi prettamente sociali, il film si sposta su questioni ben più universali, la povertà, il tempo, l'universo sconosciuto.
Wiseman restituisce la difficoltà di mettere in campo testimonianze di realtà – e alterità -  attraverso una riorganizzazione del mondo sensibile che ci consegna una domanda aperta. Una questione morale e (soprattutto) politica che assume l'importanza di un compito etico.

Mariella Lazzarin
Voto: 8
  
(14/10/2013)




BilliDi NicolaLazzarin
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