PHIL SPECTOR

(Phil Spector )

di David Mamet
TRAMA

L’avvocato Linda Kenney Baden, arrivata nell’ufficio losangelino che fa da quartier generale della difesa di Phil Spector, in occasione del primo processo per la morte di Lana Clarkson, cerca di rimanere quanto più possibile distaccata e di non lasciarsi influenzare in alcun modo dalla fama dell’assistito, per poter valutare con serenità il caso.


RECENSIONI

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Film televisivo per la HBO, Phil Spector vede David Mamet alle prese con uno dei casi giudiziari più seguiti degli ultimi anni, quello legato alla morte della modella e attrice Lana Clarkson in casa del musicista (forse il più influente produttore musicale di tutti i tempi, l’inventore del wall of sound, responsabile delle strategie sonore - tanto criticate da McCartney - dell’ultimo album dei Beatles, Let It Be) e alla conseguente accusa di omicidio formulata nei confronti di Spector, poi culminata in una condanna a diciannove anni di reclusione.
Il regista, affidandosi a una didascalia iniziale, afferma che, per quanto gli eventi a cui ci si riferisce siano reali, il film rimane opera di fantasia che non vuol giudicare le vicende o l’esito del processo. In realtà con questa premessa, apparentemente innocua e che rievoca un procedimento classico di risignificazione dei dati storici (si pensi a Shakespeare), Mamet avvita l’opera attorno a una teoria: dichiarando di muoversi sul piano della fiction, ma facendo riferimento a un omicidio e a un processo reali, con Phil Spector oppone a una ricostruzione mediatica (quella fatta propria dall’accusa e che egli reputa opinabile), una contro-versione, dichiaratamente finzionale, ma di segno opposto, non imponendo risposte, ma sollecitando nuovi interrogativi. La posizione dell’autore, riguardo al caso, del resto, è pubblica e viene consegnata a una battuta che, nel finale, pronuncia il personaggio interpretato da Helen Mirren (Credo che non sia colpevole. C’è un ragionevole dubbio è la dichiarazione ufficiale che il regista ha rilasciato agli organi di stampa).

Il nucleo del discorso mametiano allora non è tanto costituito dalla ricerca delle cause della morte della ragazza, ma, partendo da quella ricerca, dalla messa a nudo delle contraddizioni di un sistema, quello giudiziario americano, e delle sue meccaniche processuali fortemente condizionate dall’opinione pubblica. Phil Spector - ennesima celebrità che, in quanto tale, di fronte ai giudici e a un pubblico-belva affamato, idiosincratico e umorale, deve scontare il suo successo, la sua eccentricità, la sua antipatia - è una star che arriva in tribunale dopo due assoluzioni mal digerite dagli americani (quella, a dir poco controversa, di O.J. Simpson e quella sacrosanta di Michael Jackson). Attraverso una prima parte ricostruttiva - che culmina in un duetto di sapore teatrale (con enfatica entrata in scena del protagonista) - innervata da una serie di battute folgoranti (per tutte: Lo processeranno per la moglie di O.J. e lo troveranno colpevole) - Mamet scopre i termini del teorema: mettere a nudo gradualmente, ma implacabimente, un vero e proprio riflesso condizionato della giustizia americana derivante da un’inaccettabile permeabilità del sistema processuale al giudizio comune, a sua volta aizzato da campagne giornalistiche opportunistiche e strumentali, pompate a forza di scoop e sensazionalismi.

Mettendo in evidenza la mostruosità di un procedimento alterato da una sorta di dittatura del gossip, quello di Mamet si afferma come ritratto farsesco quanto impietoso della società contemporanea, schiava di una nuova droga (la notizia), morbosa nella sua attenzione nei confronti dei vip, pronta a distruggere quelle icone che essa stessa ha contribuito a creare. Il pamphlet si modula su una drammaturgia costruita con la solita scintillante scrittura, che prende della vicenda quello che serve per imbastire uno dei consueti duelli, prediletti dall’autore, tra logiche contrapposte, facendo filtrare, da questa battaglia di teorie a favore e contro l’imputato, il concetto che il verdetto (qualunque fosse stato) avrebbe comunque esulato da una serena e distaccata analisi dei fatti: nel caso non ha contato la considerazione della sostanza, ma quella dell’apparenza; non della razionale esposizione delle vicenda, ma della sua spettacolarizzazione; non della persona, ma del personaggio.
A prevalere non è stata la verità, ma la finzione meglio allestita.
Il film, dunque, e si ritorna al punto iniziale, è una rilettura dei fatti congegnata ad hoc per sostenere una tesi diversa da quella sancita dai giudici, quella della non colpevolezza dell’imputato. Di qui la scelta della protagonista, Linda, l'avvocato difensore di Spector, prima orientata verso la tesi della responsabilità e poi, alla luce delle prove e delle evidenze emerse nel corso dell’istruttoria, fortemente persuasa dell'innocenza del suo assistito: è dalla sua prospettiva che valutiamo le vicende, è con lei che maturiamo la nostra opinione.

Dietro il dramma, esaltato dalle interpretazioni di due interpreti maiuscoli che riflettono i caratteri in gioco (Pacino mattatoriale e Mirren contenitiva: sono meravigliosi), è perfettamente mimetizzato un meccanismo a scatole cinesi in cui testo e sottotesto sono indissolubilmente legati: Mamet, in questo film di rara sottigliezza e intelligenza, programmaticamente ambiguo (si pensi ad Oleanna), non permette di isolarli, di distinguere l’uno dall’altro, obbliga lo spettatore a una riflessione che riguarda nello stesso tempo il caso in questione e il modo di atteggiarsi di un’intera società, strappando lo spettatore da qualsiasi prefabbricata posizione.
Così, senza rimarcarlo, ma dando per scontato che si abbia a che fare con un justice show, l’autore immagina che la difesa si prepari a questo spettacolo, prevedendo una simulazione del processo e vere e proprie prove teatrali prima dell’entrata in scena: il tribunale è il palcoscenico di una performance in cui è vitale non sbagliare le battute, le espressioni e il look. Si chiede a Spector di non essere se stesso, di fingere. Di recitare.
Quando Spector si presenta in aula per quello che è, un artista pieno di fisime e con una provocatoria capigliatura, Linda, inizialmente spiazzata, rinuncia a farlo deporre. Questa mossa salva Spector e il processo, non avendo la giuria raggiunto l’unanimità, viene in seguito annullato. La didascalia ci informa che nel successivo procedimento, Linda, per ragioni di salute, non potè difendere l’artista. Mamet sottintende: il freak Spector, non avendo la guida e il freno del suo avvocato, non recitò una parte per farsi benvolere, fu se stesso. Venne condannato.

DM - Ho visto un documentario e mi sono scoperto vittima del pregiudizio. Mi sono detto "Oddio, sei una persona che ha pregiudizi: hai pensato che questo tipo fosse un mostro solo perché qualcuno ti ha detto che lo è, ma se si cercasse di ascoltare per una mezz'ora, forse si capirebbe che non è affatto un mostro".

Luca Pacilio
Voto: 8.5
  
(22/07/2013)




Di NicolaPacilio
8 8.5

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