IL MUCCHIO SELVAGGIO

(The Wild Bunch )

di Sam Peckinpah
TRAMA

Dopo una sanguinosa rapina un gruppo di banditi tenta, in accordo con lo pseudo generale Mapeche, di depredare un carico d'armi. Alla fine una carneficina metterà la parola fine alla storia e ad un genere.


RECENSIONI

3643, questo è il numero delle inquadrature di quello che all'unanimità è considerato l'ultimo western classico o, in alternativa, il primo western moderno. La prima di esse: una atroce lotta di scorpioni aizzati da sadici ("perversi polimmorfi") bambini. Dal 1969, anno del film, il genere, perduta l'aura del mito e della leggenda, precipita nella Storia, nella realtà, quella sporca, quella senza eroi, quella imbevuta di sangue e popolata di cadaveri. Già il grande John Ford, il suo massimo cantore assieme a Hawks e Anthony Mann, aveva vaticinato la rivoluzione/distruzione peckimpeana e nel 1962, con "L'uomo che ucciderà Liberty Valance", realizzò l'ultimo capolavoro pienamente classico, intriso di tristezza, conscio di una prossima fine ma ancora fiero di stare dalla parte della leggenda ("Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda"). Un personaggio dice : "Tutti sognano di tornare bambini, anche i peggiori fra noi. Forse i peggiori lo sognano di più."  Il genere ha perduto la propria fanciullezza ed è entrato direttamente nella triste vecchiaia. Peckinpah celebra un funerale, quello dei miti della frontiera conducendoci nel regno dei morti. I cadaveri non sono mai stati così tanti, la morte (e non la violenza!) non è mai stata così "coreograficamente" celebrata. L'uomo così com'è per la prima volta fa il suo ingresso nello stilizzato mondo dei saloon e degli speroni nudi.

Le conseguenze in questi 134 minuti di fuoco e di sangue. Peckinpah combina ralenti e immagini subliminali; rompe, o meglio, interrompe la continuità narrativa e del punto di vista (quest'ultimo varia in continuazione); elimina visivamente causa ed effetto e, soprattutto nella strepitosa  scena conclusiva, la violenza giunge ad un grado di saturazione tale da rivelare il suo senso più profondo ed inquietante. Il pessimismo del regista é assoluto: la violenza è "le propre de l'homme" (e non "le rire"). Solo l'amicizia virile sembra parzialmente riscattare questi spettri di eroi mai esistiti uomini amorali. "L'atto politico che i protagonisti compiono nel campo messicano trova le sue ragioni nell'amicizia per il compagno barbaramente ucciso (magari alla luce di un passato che deve essere riscattato), non certo in un serio esame dei valori politici dell'atto stesso. [...] I personaggi di Peckinpah sono una continua tensione verso la violenza, ogni loro movimento, per quanto normale, quotidiano, sereno, pacifico, riporta al formidabile potenziale di distruzione di cui essi sono capaci nei confronti degli altri." (Franco La Polla). Di fronte all'annegamento dell'epopea nel lago di sangue della modernità, accettano, ultimo segno/sogno di cinema "sublimante", di andare verso una morte ("why not?") che è la loro, che è quella di un genere, che è quella di un mondo che non è mai esistito, di un cinema che lo rappresentava splendidamente. Poi, sarà solo elegia (Eastwood, Penn, Pollack...).

Manuel Billi
Voto: 10
  
(09/07/2013)




Billi
10

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