L'UOMO D'ACCIAIO

(Man of steel )

di Zack Snyder
TRAMA

Krypton: Kal-El è il primo bambino nato naturalmente dopo milioni di anni di manipolazione genetica. Il padre Jor-El sta cercando di convincere i governanti sulla fine imminente del pianeta, ma non viene ascoltato. Nel frattempo, il conservatore generale Zod tenta un colpo di stato per ripristinare dei principi che a suo avviso sono stati traditi nel corso delle generazioni. Jor-El con la moglie Lara decide di lanciare il figlio in una navicella spaziale di modo che possa salvarsi, ma l'irruzione di Zod...


RECENSIONI

Il reboot non poteva che iniziare con la (ri)nascita di Kal-El, già configurato nel suo valore messianico, in una sacra famiglia destinata a disgregarsi sotto i colpi dell’incombente catastrofe. La caduta atlantidea del pianeta Krypton ci catapulta in un prologo di un film a sé stante, il cui immaginario fantasy, di un preistorico anacronismo, diventa il mito fondante della Terra stessa, il cortocircuito ipotetico tra passato-futuro che dà forma al presente, ne mette già in luce i nodi problematici e la loro coazione a ripetere.
E fa sorridere come sia un uploading oleografico, il padre naturale Jor-El, la riscrittura della memoria perduta, a far interpretare al prossimo (super)human l’alienante mondo di flashback e frammenti, too big per essere compreso e integrato, se non attraverso un medium virtuale.
Come nel tanto interessante quanto orribile Sucker Punch, la realtà si afferma e viene colmata con un dispositivo (lì era un videogame, qui un software-cosciente), fino a diventare parte integrante del proprio codice genetico. Ci pensa quindi il nostro pianeta, al di là di tutta la differenza fisica con Krypton (forza di gravità, massa e compagnia bella), a dare forma, carne, al superpotere, un’evoluzione naturale che passa, categoricamente, dal suo opposto artificiale.

Artificiale quanto il corpo spartano di Cavill, la cui tuta steroidea, che ha come modello i disegni di Jim Lee, fa storcere il naso per eccesso di finzione, quasi fosse l’intero personaggio frutto di un effettaccio inumano.
Ma credo ci sia coerenza nell’ottica di un processo di umanizzazione del supereroe che, pur portandosi dietro tutte le fisime mentali ed identitarie possibili, in linea con un inconscio fumettistico sempre più problematico e sofferente, trova il suo punto di arrivo nella morte di Zod.
E’ proprio questo l’atto sacrificale che interrompe di netto la pirotecnica caciara della CGI, che richiama, ribaltandolo, lo stesso urlo del villain a suo tempo disperato per la partenza dell’unico kriptoniano nato da un rapporto naturale.
Il collo rotto di Zod (l’azione più umanamente semplice, alla faccia dei superpoteri) azzera di colpo tutta l’effettistica dell’alien invasion e spegne (come gli occhi laser di Shannon) il conflitto con il passato: il padre è stato vendicato, sia quello kryptoniano, sia quello adottivo la cui fine non era infatti molto lontana dal potere distruttivo del terraformare. 
E’ giunto il tempo di far entrare in scena Clark Kent. Umano. O forse…

Snyder ha dichiarato da sempre il suo amore per Superman e la cosa non lascia di certo sorpresi vedendo il suo cinema, così dipendente dall’estetica graphic novel (perdonate la banalizzazione).
Tra le innumerevoli versioni del kryptoniano creato da Siegel e Shuster, Man of Steel è principalmente debitore di Superman – For Tomorrow (2005) e Superman – Earth One (2010), più che dell’omonima miniserie di Byrne.
Il primo ha influenzato il ritratto sofferente di Kar-El, in preda a un costante senso di impotenza, giunto alla constatazione che l’intento di salvare il mondo è un impegno troppo grande, un motore di solitudine e tormento, il cui rischio è quello di non riuscire a proteggere le persone a lui più care (“My sin? Was save the world”). Liberandosi dall’atmosfera crepuscolare e dal carattere aggressivo, borderline, del supereroe, Snyder ne cita l’imponente corporatura e la spettacolarità dei movimenti, oltre al piccolo cameo di Father Leone che in For Tomorrow era una controparte fondamentale.
Della story firmata Straczynski, invece, riprende principalmente l’invasione aliena, in questo caso non per opera di Zod, ma di un alieno (Tyrell) proveniente da Dheron, un pianeta vicino e in guerra con Krypton. Le dinamiche del contatto sono quasi le stesse, con tanto di comunicazione subliminale tramite tubo catodico.

Andando oltre questi riferimenti (ce ne saranno altri, ma la conoscenza dei comics è quella che è), si deve porre l’accento sulla coerenza con cui il regista sta seguendo un suo ben codificato sguardo. 
Riprendendo la sperimentazione 3D e il movimento aereo in Ga’Hoole, L’uomo d’acciaio rinuncia all’enfasi dei ralenti di 300 e di Sucker Punch (nel primo infarcivano la retorica dell’epos, nel secondo richiamavano le dinamiche dei videogiochi di ruolo – Final Fantasy?) per una tendenza all’accelerazione del movimento, non lontana dagli zombies centometristi della sua opera prima (L’alba dei morti viventi).
Continua insomma la sua idea di un cinema sensoriale dove il coinvolgimento spettacolare, bulimicamente barocco, cerca di adattarsi agli sfondi di volta in volta messi in scena.
Nel caso specifico, Man of Steel prosegue la proliferazione di immaginari presenti già nella mente Gillianamente lobotomizzata di Baby Doll (Sucker Punch), in un tessuto filmico che si delinea per frammentazione e riverbero di stimoli differenti. Lo stesso vale per la sceneggiatura che dal seminale film prima del film, passa attraverso una ricucitura della giovinezza di Kal-El mediante dei flashback in linea con i numerosi contesti che lo vedono errare da un’esperienza all’altra, per poi ricongiungersi nel primo piano (smascherato) di Clark Kent che ristabilisce, pur contraffacendola, la classicità.
C’è una lucidità alla base. Certo, possiamo contestare l’ennesima incapacità dell’autore di curare la parte drammaturgica, compiacendosi un po’ troppo dei suoi fuochi d’artificio e rompendo di fatto il cuore del film con interminabili sequenze di distruzione apocalittica. Ma questo è Snyder, prendere o lasciare, così eccessivo nel voler far immergere lo spettatore da essere spesso respingente e ridondante. Per chi scrive però, pur con i suoi limiti palesi, ha il suo fascino. Amen.

FRAMMENTI

- L’indimenticabile Lex Luthor non è presente. Personaggio troppo goliardico per la seriosità del cinema di Snyder. Non per questo manca l’omaggio in un bel camion della LuthorCorp che esplode nel marasma generale.

- La Zona Fantasma che racchiude Zod ricorda il buco nero nello Star Trek di Abrams

- Potremmo tranquillamente lanciarci nell’ennesima lettura politica del film, tra crisi isteriche per eventuali messaggi reazionari e via discorrendo. Preferendo saltare l’ostacolo a piè pari, ritengo interessante il conflitto tipicamente post 11/09 che vede la famiglia come nucleo ferito sul quale si gioca l’intera salvezza dei valori per una nuova speranza (la S sta volta vuol dire proprio Speranza). Se le istituzioni sono cieche e incapaci di proteggere il privato (e la comunità tutta), regalando lo stesso male che volevano arginare (la Zona Fantasma esiste giusto il tempo dell’esplosione di Krypton), la famiglia all’opposto, nel sacrificio consapevole, dona al futuro (la Terra) un nuovo salvatore.

Marco Compiani
Voto: 6.5
  
(04/07/2013)



COMMENTI

La firma alla sceneggiatura di David S. Goyer (qualche debito con l’albo “Superman Terra Uno” di J. Michael Straczinski) e la produzione di Christopher Nolan (suo anche il soggetto e la consulenza creativa, cui Snyder, che ama ricalcare “tavole” altrui, s’è attenuto scrupolosamente) dichiarano le intenzioni sin dal titolo che omette il nome: è un reboot di Superman sulla scia “adulta”, cupa ed epica di Batman Begins, dopo il deludente (in termini di ritorno d’immagine/merchandising) tentativo di Bryan Singer con Superman Returns. Ovvero reinventare il supereroe in forma realistica, sfrondando/mutando orpelli anacronistici come la kryptonite (che, però, torna in forma allegorica: tutto ciò che proviene dal pianeta natale lo indebolisce), il costume, il rapporto con Lois Lane, la stessa S che non sta più per “Superman”, cercando chiavi di lettura (e letterarie) più complesse ed un dilemma etico pregnante. Ma, in fondo, quella di Zack Snyder è opera all’eccesso come quella di Singer, perché esagera nel dare spazio alla componente spettacolare e d’azione (il primo combattimento a terra, contro i due alieni, è da antologia; quello finale, fra grattacieli sventrati e voli sui satelliti, deborda ostentato) come Superman Returns esagerava nell’omaggiare e replicare la chiave romantica dell’originale di Richard Donner (che resta il migliore). L’altro difetto risiede nella componente lapalissianamente cristologica dello script, dove Kal-El è il messia mandato dal Cielo per guidare l’umanità, forte di speranza (da cui la S) che, davanti alla minaccia di Zod, si immola per salvarla: Snyder la sottolinea troppo in ogni dove (la figura del cristo dietro quella di Clark Kent in chiesa), impoverendone la portata. Funziona, invece, il tema del mondo non pronto al diverso, con progressiva costruzione della fiducia (un atto di fede). Effetti speciali (è uscito anche in 3D) più pregevoli per il realismo dei combattimenti a terra che nella ricostruzione del mondo alieno (Krypton): nel suo essere kitsch, aveva più personalità il prologo di Donner.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 6.5




BellucciCompianiFeoleRangoni MachiavelliSaso
6 6.5 2 6.5 5

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