CONFESSIONS

(Kokuhaku )

di Tetsuya Nakashima
TRAMA

Yuko Moriguchi, giovane professoressa in una scuola media, ha deciso di abbandonare la sua professione. Prima di farlo però confessa in classe di conoscere l’identità di chi ha ucciso la sua figlioletta di quattro anni Manami, la cui morte è stata archiviata dalla polizia locale come un tragico incidente: i colpevoli sono due dei suoi alunni e dato che la legge li tutela per via della minore età la donna decide di farsi giustizia da sola.


RECENSIONI

Il gessetto stride ferocemente sulla lavagna. L’ideogramma tracciato dall’insegnante, “vita”, si traduce in un suono sgraziato e urticante che attira finalmente l’attenzione di una classe più che distratta. Con calma surreale e imperturbabile lucidità la professoressa Moriguchi sciorina la sua ultima lezione misurando con passi pacati l’aula turbolenta, recita il suo monocorde congedo in mezzo al caos di alunni indifferenti, vocianti, sprezzanti, annoiati - le faccine degli sms come esclusiva unità di misura del loro spettro emotivo - , rilascia un’agghiacciante confessione con candore inquietante suggellandolo con un sarcastico memento mori, sporca col sangue avvelenato della vendetta l’equivoca purezza lattea della gioventù.
Cappa cromatica obitoriale (un grigio-blu opprimente), flashback che sciabolano un monologo incessante, carrelli e inquadrature a piombo che schiacciano entre les murs, slow motion paralizzante, un tappeto sonoro magnetico che scandisce il ritmo del racconto (il post-rock onirico dei Boris, il lamento malinconico dei Radiohead).
Trenta minuti senza respiro, un tour de force frastornante. Ed è solo l’inizio.

Il malessere esistenziale che si annida al cuore di una società crudelmente rigida e competitiva, il fallimento delle istituzioni educative, il nodo gordiano della disciplina, l’inadeguatezza degli adulti, il vuoto morale creatosi nella frattura apparentemente insanabile tra genitori e figli: temi cari al cinema nipponico che Nakashima, collocandosi nel solco di autori connazionali come Sion Sono o Kiyoshi Kurosawa, ritrova nel romanzo di Kanae Minato (autrice anche dell’opera dall’analoga struttura polifonica alla base dell’ultima fatica di Kurosawa, la miniserie televisiva Penance) e mette in scena in una ronde raggelata e raggelante, istantanea cupissima di una generazione senza bussola e di un mondo senza gioia. L’intrecciarsi di confessioni che seguono quella della giovane insegnante (i due alunni assassini, la madre di uno di questi, una compagna di classe) tratteggia un desolato panorama di anime morte in cui la vendetta si configura come una paradossale ipotesi di relazione. L’eco degli omicidi di Kobe e Sasebo, fatti di cronaca che hanno scosso l’opinione pubblica giapponese (i colpevoli si rivelarono essere dei ragazzini), non si è ancora spenta. Il Giappone sta male, malissimo.

“It’s too much/too bright/too powerful” canta Thom Yorke in colonna sonora. Confessions stordisce: il pericolo sbornia è sempre dietro l’angolo ma la botta sensoriale è di una potenza abbacinante. Se Nakashima non ha mai avuto senso della misura, il suo talento, non solo tecnico, è comunque indubbio. Qui spoglia il suo stile ipersaturo dei turgori pop e delle deformazioni cartoonesche che avevano contrassegnato sia il divertito coming-of-age femminile di Kamikaze Girls che il rutilante e pirotecnico melodramma Memories of Matsuko mettendolo al servizio di un teatro della crudeltà di levigata e geometrica eleganza; raggela il barocchismo della sua macchina da presa in un formalismo livido e ipnotico, con un impiego massiccio del ralenti che anziché enfatizzare intorpidisce, modellando un universo mostruosamente desensibilizzato, un’atmosfera di apnea morale in cui i confini tra bene e male, giusto e ingiusto, si fanno indistinti e liquidi, in assenza di qualsiasi possibilità di redenzione. Una scelta linguistica senza dubbio marcata, prepotente, ma che riesce ad eludere il sensazionalismo, stingendo le forti tinte del dramma in una tavolozza funerea e straniante.

Narrativamente inquieto – gli slittamenti dei punti di vista rilanciano continuamente il racconto – , sospeso tra deflagrazioni e congelamenti, forse irrisolto nella sua conclusione, Confessions non trova pace come i suoi personaggi, gira dolorosamente a vuoto attorno al desiderio disperato di attenzione, implode nel buco nero di una vistosa assenza: quella, annichilente, dell’amore. Smarrito, cercato, ignorato, implorato, perversamente reificato in un ordigno a orologeria, sublimato in un’esplosione in reverse. Ed è la prospettiva di una vita senza amore, proprio quando sembrava essersi aperto uno spiraglio di luce, ad essere la vendetta più atroce, la burla più lancinante.

Michele Favara
Voto: 7.5
  
(21/05/2013)




BaronciniBellucciDi NicolaFavaraPacilioRangoni MachiavelliTallarita
5 5 6.5 7.5 5 6 4.5

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