UN BACIO E UNA PISTOLA

(Kiss Me Deadly )

di Robert Aldrich
TRAMA

Quando una ragazza si lancia in mezzo alla strada, Mike Hammer è costretto a fermarsi per non investirla. Lei sembra visibilmente impaurita e indossa solo un impermeabile. Mike non esita a darle un passaggio per poi venire a sapere dalla radio che si tratta di un'evasa dal manicomio. Cristina, questo è il suo nome, ha un atteggiamento rassegnato, tanto da ripetergli più volte di ricordarsi di lei in futuro. Assaliti da un gruppo di ignoti criminali che gli fanno sbandare l'auto, i due vengono rapiti. Dopo aver ripreso conoscenza, Mike assiste alla brutale tortura e uccisione della ragazza. Dalla loro i criminali, volendo liberarsi di entrambi, simulano un incidente, spingendo l'auto giù da un dirupo. Miracolosamente sopravvissuto, Mike esce dal coma dopo tre giorni e decide di vendicarsi. Non c'è niente di meglio che seguire il caso e scoprire cosa c'è dietro.


RECENSIONI

IL REGISTA

Autore tanto teorico nel riscrivere i modelli di genere, quanto di pancia nel delineare un immaginario di nuovi freaks smisurati e sarcasticamente problematici, Robert Aldrich è un magnifico anello tra la classicità hollywoodiana e il nuovo corso che nascerà.
Senza cadere nei tranelli delle etichette, troppo spesso limitanti, sarebbe opportuno rendere atto al regista la sua capacità di esplorare con anarchica invenzione stilistica i capisaldi del cinema del tempo, seguendo un percorso coerente e rigorosamente autoprodotto che vede un crescendo dei suoi tratti caratteristici.
La sua è una poetica carnivora e invasiva, celebre nel destabilizzare le strutture portanti e le idee dei vincitori per schierarsi dalla parte dei vinti, simpatizzando con la loro tragedia e i loro tormenti, accentuandone i tic, intensificandone i difetti, ma scoprendone la fragilità.
E’ un esempio di come lo sguardo cinema riesca a rendere urlante la vita (quella vera), nell’eccesso della finzione.
Come non rimanere divertiti, ma allo stesso tempo compassionevoli, di fronte al volto gotico e rugoso della Bette Davis di Piano piano dolce Carlotta o Che fine ha fatto Baby Jane, o riconoscere nella posa da femme fatale di Lylah Clare l’assurdo vuoto identitario dello Star System?
Aldrich scavalca gli archetipi del tempo e se ne discosta, una propensione già chiara negli occhi del suo Apache, un ultimo samurai che non si arrende alla visione occidentale del nuovo west (e dell’America dominante), opponendosi a tutte le sue forze omologanti, lottando per una propria identità autonoma che si innalza a libera critica di pensiero. Un po’ come la strafottenza di Lee Marvin nella mitica riscrittura de L’Imperatore del Nord, ove nella tenaglia della Grande Depressione il vero atto terroristico è salire clandestinamente sul carro dei vincitori, deridendone l’intolleranza del progresso.
Un attacco durissimo, ma allo stesso tempo simpatizzante, che non dimentica di affondare i denti nel culto della collettività americana, realizzando opere indimenticabili come Quella sporca dozzina o Non è più tempo di eroi, cronica disillusione dello spirito di gruppo e della cooperazione reciproca in cui la connessione tra le parti appare coatta, quasi imposta.
Chiaramente affascinato dal passato inconscio e traumatico dei suoi personaggi, le cui cicatrici si possono constatare nelle imprevedibili reazioni e nell’abbrutimento del corpo, Aldrich osa nel rinnovare anche tematicamente il genere, come nel caso de L’Occhio caldo del cielo che inserisce una tendenza incestuosa nel personaggio redento di Bren (Kirk Douglas), indicando con anticipo la futura deriva crepuscolare del western.
Una filmografia da masticare avidamente che non sarà mai rivalutata abbastanza per i suoi guizzi, fonte interminabile di citazioni, rielaborazioni e omaggi da parte di registi successivi. 

LA SCENEGGIATURA

Kiss me deadly è una vera e propria sovversione del romanzo omonimo di Mickey Spillane.
Il piglio duro, fascistoide di Mike Hammer, nemico spregiudicato della malavita e soprattutto della diversità che minaccia il sistema, è ribaltato dalla feroce ironia di A.I. Bezzerides, la cui sceneggiatura sbriciola il meccanismo psicologico, operativo, del protagonista, abbandonandolo nell’incognita di un mondo tutt’altro che decifrabile.
Pur mantenendo i tratti sadici e aggressivi del detective letterario, lo script punta a rendere impotente l’esibito tono reazionario, ribaltandolo nella subliminale denuncia della politica Mccartista.
Lo minaccia comunista si sposa quindi perfettamente con l’invisibile complotto che muove l’intreccio, lasciando molte domande irrisolte, ma cristallizzando, quasi per gioco, lo spettro del terrore atomico nella misteriosa Testa di Medusa (il baule radioattivo).
Bezzerides smonta ulteriormente l’ambientazione metropolitana di Spillane, riempendola di individui dissociati, grotteschi, che mettono in seria difficoltà il pragmatismo e la logica automatica di Hammer, il quale, per la prima volta, è schiacciato dallo stesso mondo che ha sempre biasimato.

GLI ATTORI

Ralph Meeker è Mike Hammer; scelta alquanto azzeccata, se consideriamo la sua monoespressività, tra duri sguardi e sorrisi beffardi.
Una rigidità repressa che non può non ricordare l’aggressiva fermezza di Massai (Burt Lancaster) ne L’ultimo Apache  o di Frank Towns (James Stewart) ne Il volo della fenice. Perché il cinema di Aldrich vive dei volti detonanti dei personaggi, lo specchio di un animo complesso e lacerato che trova espressione nelle sue grottesche maschere, il punto d’insurrezione tangibile di pulsioni molto più profonde.
In Kiss Me Deadly si propina quello che in futuro diventerà il marchio di fabbrica della poetica del regista, una giungla di patologie difformi che prendono le distanze, quasi si trattasse di una sardonica rivoluzione, verso l’immagine ideale di una società. 
Tra le facce note c’è da porre l’accento sul cameo del burattinaio Albert Dekker, celebre per aver dato vita al diabolico Dr. Cyclops e per aver preso parte alla squadra de Il Mucchio Selvaggio, e sul personaggio mefistofelico di Cristina, interpretata da Cloris Leachman da ricordare per l’indimenticabile Ruth de L’ultimo spettacolo e la Frau Blucher di Frankenstein Junior.

IL FILM

L’auto di Mike Hammer sfreccia nel buio di un mondo marcio e corrotto fino al midollo, su una lost highway il cui sottofondo malinconico firmato Nat King Cole stride violentemente con l’ansimare di Cristina.
Siamo già alla fine, a quel THE END che eclisserà ogni tentativo di fuga e brucerà letteralmente l’ultimo fotogramma di questo incubo.
E Aldrich è chiaro fin dall’inizio, rovesciando i titoli di testa e scaraventandoceli contro il parabrezza della Jaguar XK 120 Roadster, un procedere alquanto illusorio poiché tutte le risposte che cerchiamo sono già lì con noi.
Kiss me deadly sovverte l’animo reazionario e autoassolutorio del Mike Hammer creato da Spillane, delineando un nuovo profilo che si discosta con fermezza (soprattutto politica) da quello precedente e lo mette in balìa di se stesso, incapace di affrontare il susseguirsi degli eventi, di sondare una realtà occulta che, pur riflettendo il terrore nucleare della Cold War, trascende moralmente ogni appiglio di verosomiglianza.
E’ il caso del fatidico baule, un vicolo cieco che frantuma la logica di senso tipica della detective story nel suo irrompere senza una chiara trasparenza, il deragliamento inaspettato che fagocita tutto l’immaginario di riferimento, condannandolo all’espiazione dei propri peccati.
“The head of Medusa, that's what's in the box!” urla il misterioso Dottore, fino al quel momento burattinaio invisibile dell’intera vicenda e prossimo a cadere pure lui in scacco per opera dell’ambiziosa Gabrielle, evidente doppio in negativo della precedente Cristina della quale incarna il risvolto vendicativo.
Mike Hammer si rivela niente di più che un semplice astante, impossibilitato a comprendere l’evento apocalittico davanti ai suoi occhi e destinato necessariamente a svanire insieme ad esso.

In Bacio Mortale, Spillane ritrae un investigatore desideroso di scoprire l’origine delle angherie subite, tra ingiurie contro la criminalità organizzata (“la Mafia […] un esercito di mascalzoni ignoranti e sadici che regnano con il terrore”) e fare spiccio, intelligente, pragmatico. Di lui si possono criticare i modi, la mano piuttosto facile, ma non il senso civico, talmente radicato da incarnare perfettamente quel maniacale desiderio di protezione grazie al quale il cittadino medio cerca di scongiurare gli spettri montati dalla politica del tempo. Hammer è sì diffidente, in parte misogino, repubblicano, anticomunista, ma, pur infrangendo le regole e detestando certi meccanismi operativi della Legge, crede fermamente nell’ideologia dell’Istituzione
Insomma, è un grande stronzo che però rispecchia a gran voce il clima di tensione anni ‘50.
Conoscendo un minimo Aldrich non potevamo immaginare una posizione di questo tipo e infatti il regista si diverte a vituperare il protagonista di un successo di pubblico enorme per la letteratura di genere. Ciò emerge chiaramente nell’interrogatorio della polizia, dove Mike è deriso per la sua amorale condotta lavorativa che consiste nel creare adulteri tra coppie sposate per poi ricattarle (la stessa segretaria Velda viene fatta prostituire a tale scopo).
Una figura indifendibile ed egoista, mossa esclusivamente dall’interesse privato, e pronta a sfruttare tutte le persone con le quali entra in contatto.
Qui è il nodo cruciale per affiancarsi a Kiss me deadly, l’unità di misura per comprendere l’intera operazione e il punto di vista pessimistico (tipicamente aldrichano) dell’opera.
Nella ricerca della tanto agognata verità, Mike Hammer non potrà costatare altro che la materializzazione distorta e allucinatoria del Male di cui si fa portatore, attraversando un susseguirsi di situazioni sempre più cruciali nel mostrarne la natura violenta. La sua è un’indole condannabile e condannata, tanto compiaciuta nell’esternare un malato e aggressivo sadismo, come nella magistrale sequenza della messa ko dei due scagnozzi nella villa di Evello, dove il gioco del fuoricampo (non vediamo che tipo di colpo Mike possa aver inferto) si rispecchia nel primo piano terrorizzato di uno degli aggressori che se ne scappa a gambe levate.
L’aura bestiale di Hammer è ulteriormente rivendicata da uno sguardo propenso a non esternarla compiutamente mediante i suoi atti, ma piuttosto nel riflesso sull’ambiente circostante, creando numerose assonanze e rime interne che invertiranno il gioco dei ruoli e porteranno simbolicamente il protagonista a identificarsi con gli stessi mostri cui dà la caccia.
Quasi si trattasse di una coazione a ripetere frutto di un trauma originario, i tre frammenti percepiti da Mike in stato alterato, durante l’assassinio di Cristina (le gambe della ragazza, le urla di dolore e le scarpe dell’aguzzino), riemergeranno sotto forma di allusioni evidenti, fino ai disperati strilli di Gabrielle che chiuderanno il cerchio.
Ma tali echi rinforzeranno ulteriormente la parabola del protagonista, nell’appropriazione di certi dettagli, fino a quel momento connotati della gang criminale.
Non può non ricordare qualcosa l’urlo del povero malcapitato che finisce sotto le mani di Mike, un urlo già sentito (ancora un fuoricampo, ancora una violenza non visibile come per la fine di Cristina), oppure il dettaglio sulle scarpe nell’inquadratura che precede l’incontro con il gallerista Mist, questa volta non più segno di riconoscimento dell’anonimo Capo, ma dello stesso detective Hammer. Tra i due non c’è nessuna differenza.

Oggetto di culto per i Cahiers du Cinema, che lo definirono “il thriller del domani”, Kiss me deadly colpisce per l’aggressivo stile paranoico e visionario, in cui si trova tutto l’Aldrich che verrà. A partire dalla distorcente caratterizzazione dei personaggi, con le loro infrazioni fisiognomiche, i tratti imprevedibili e squisitamente borderline, un’operazione che si sposa con un fermo attacco ai canoni dei corpi hollywoodiani. Una distanza caricaturale racchiusa nel volto di Velda, in varie occasioni presentata sudata, scompigliata, non attraente, più vera e sincera rispetto alle altre figure femminili che Mike incontra durante la sua ricerca.
Perché Robert Aldrich piega brutalmente la patina luccicante del mondo al quale appartiene, non solo nella sferzante accusa sociale, ma soprattutto in termini di rappresentazione, aggredendo l’immagine, piegandola con lente distorcente alla sua esigenza di viscerale veridicità. Una veridicità che passa per una sua deformazione, spesso impietosa, ma sempre indelebile.
Non si può tralasciare inoltre l’atmosfera onirica che pervade tutto il film, un viaggio oscuro nel richiamare costantemente il legame tra sogno e realtà. Basterebbe il finale per racchiudere l’essenza di questo dialogo portante, nel suo risvolto paranormale che sublima solo in parte la paura atomica del contesto storico di riferimento.
L’intero intreccio vive di dissolvenze allucinatorie e rimandi al sottile confine di percezione che divide il sonno dalla veglia (e inevitabilmente la Vita dalla Morte); perdite e riprese di senso, risvegli, sonniferi e sieri della verità, prove inconfutabili di come tutti gli avvenimenti rimangano sospesi, spiazzati dall’indecifrabile dubbio sulla loro verità. Su questo aspetto le parole di Velda, alzatasi nel cuore della notte per l’arrivo di Mike e con la m.d.p che insiste immobile sul letto disfatto, sono illuminanti: “They. A wonderful world. And who are they? They are the nameless ones who kill people for the great whatsit. Does it exist? Who’s care? Everyone everywhere is so involved in a fruitless search – for what?”
Cinema instabile, obliquo, con una composizione del quadro di scelte radicali che non seguono un’organicità dell’insieme, rafforzate da una profondità di campo che dissocia i personaggi dallo spazio, da prospettive brusche e angolazioni disarmoniche, ma soprattutto da un’originalità visiva che ancora oggi colpisce per ingegno ed efficacia.
E pensare che è stato girato in meno di tre settimane…

CURIOSITA'

Pensieri sparsi. Curiosità vane.

L’ansimare di Cristina è fraintendibile (sembra sia nel bel mezzo di un amplesso), come tutto il suo personaggio che mischia i tratti di una ninfomane con quelli di una fragile idealista (Remember me).

La stessa allusione sessuale nel giustificare la scelta di gettarsi in mezzo alla strada ha il suo perché: “Se avessi usato solo il dito ti saresti fermato?”

Non c’è da stupirsi che David Lynch si sia mangiato a colazione Kiss me deadly. Gli omaggi verso il film di Aldrich sono molti dalla casa in fiamme che ricorda il covo del Mistery Man in Strade Perdute, al baule radioattivo chiaramente citato in Mulholland Drive con tanto di simili effetti sonori (la scatola blu). Più che altro, sono i personaggi di Aldrich ad avere un che di protolynchano nella loro devianza. La sequenza del vecchietto italo americano in pieno e assurdo trasloco che svela all’orecchio di Mike Hammer un indizio segreto per procedere nel caso, non è così lontano da uno dei tanti weird del cinema di Lynch.

Anche Spielberg rende omaggio a Un bacio e una pistola in Indiana Jones – I predatori dell’Arca perduta.

Come in Autumn Leaves, Robert Aldrich usa Nat King Cole nella colonna sonora. Il brano è I’d Rather Have the Blues.

Kiss me deadly ha due finali. Nella versione europea il THE END a caratteri cubitali blocca la fuga di Mike e Velda, ancora imprigionati nella casa in fiamme (sono spacciati?), mentre in quella americana, forse per imposizione della produzione, i due riescono a scappare nell’Oceano.

Marco Compiani
Voto: 10
  
(01/05/2013)




Compiani
10

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