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GLI AMANTI PASSEGGERI

(Los Amantes Pasajeros )

di Pedro Almodovar
TRAMA

Un aereo diretto verso Città del Messico in avaria, i passeggeri sull'orlo di una crisi di nervi, un equipaggio che fa quello che può.


RECENSIONI

Mateo Blanco: Dopo aver scritto e diretto cinque drammi, alla fine avevo scelto il copione di una commedia…
(Los abrazos rotos, 2009)
 

Volver?

Eccolo il ritorno di Pedro Almodovar alle prime scatenatissime commedie: così, almeno, recitano i proclami della stampa e il tam tam pubblicitario. La questione, in realtà, non è così semplice perché in gioco c’è un regista che da anni, coi suoi film, ragiona sul cinema (principalmente il suo) e che, se decide di guardarsi indietro, lo fa partendo da una consapevolezza alta, che mai l’abbandona: quella della sua opera e del modo in cui evolve. Pochi hanno visto Passion, ma il parallelo con l’ultima opera di Brian DePalma, presentata l’anno scorso a Venezia e mai uscita in sala, mi si è imposto all’istante ché Los amantes pasajeros non se ne distanzia molto: DePalma tornava, dopo anni, a maneggiare certi topoi – formali e sostanziali - e lo faceva con un thriller glaciale che proponeva i codici del suo primo cinema filtrati da un’ottica che più post non si poteva; Almodovar fa lo stesso e apparecchia un catalogo di freddezza artica, sfogliando il quale ci si imbatte in stilemi, tic, situazioni, modelli riconoscibilissimi, assolutamente suoi, ma che cuciti assieme non resuscitano certo il passato, ma partoriscono un presente-mostro: Gli amanti passeggeri è allora un film-Frankenstein che non restituisce di quelle commedie primeve che una vaga immagine, una parvenza fantasmatica che si manifesta in un contesto egualmente post(-iccio), un’opera la cui valutazione, da quel contesto, non può assolutamente prescindere. Insomma, se le situazioni che Pedro mette in campo sono quelle di un tempo - dialoghi surreali, volgarità a manetta, caratteri esasperati, personaggi che si svelano e calano la maschera – esse risultano incastonate in un film che risulta spudorata, intenzionale operazione, tanto da motivarsi non come funzioni del discorso-film, ma solo di un procedimento teorico.
Gli amanti passeggeri è un patchwork di elementi che rivendicano il marchio di fabbrica senza necessità di giustificarsi in un costrutto e che, piuttosto, senza alcuna simulazione, vengono fatti apparire per quello che sono: citazioni di un tempo che fu e che non è più (non è più, ripeto), ri-creazioni sfrontate, moduli che si ripropongono (lo si intenda anche in senso volgarmente digestivo) a un pubblico che quelle cose all’epoca le aveva masticate e ingoiate a fatica, ma che oggi sa benissimo con quale autore ha a che fare, che ha imparato ad amarlo, che è dunque disposto a sorridere anche per quella goccia di sperma sulla bocca che, solo qualche lustro fa, l’avrebbe fatto vomitare.

Cinema sintetico

Non bisogna allora farsi ingannare dalla elementarità dell’intreccio: è impensabile che Almodovar, che ci ha abituati a congegni di scrittura che, con esiti alterni quanto si vuole, sono sempre stati sofisticatissimi, non abbia coscienza di quanto basico sia l’impianto di questo film. E non si dica che anche in questo si rievochi quelli delle origini, perché ci va un attimo a ricordarsi che titoli come Labirinto di passioni o L’indiscreto fascino del peccato, tanto per citare i primi che mi vengono in mente, erano caotici e sgangherati quanto si vuole, ma tutt’altro che minimali, anzi: pieni di sottotrame, agnizioni, ingorghi narrativi, si mostravano come pasticci labirintici (appunto) che in nuce già mostravano tutti i debiti alla commedia e al melodramma hollywoodiano in seguito divenuti espliciti e infine ostentatamente proclamati.
Los amantes è un prodotto di laboratorio che Almodovar gira in piena coscienza e senza nessuna nostalgia, un campione di cinema volutamente sintetico, attuale proprio perché (e non è un arzigogolo) mostra spudoratamente la sua inattualità: esattamente come succedeva nel film di DePalma in cui, come in questo, lo schema basico fungeva da mero raccoglitore di figure. Non sorprenda allora l’elementarità della narrazione (persone, rinchiuse bunuelianamente in un luogo dal quale non possono uscire, se la contano), l’ovvietà della metafora (l’aereo/Spagna - la compagnia si chiama Peninsula… - con equipaggio disorientato, gira in tondo, non sa dove atterrare e nessuno sa se riuscirà a cavarsela), i personaggi prevedibilmente variegati che alludono (innescarli sarebbe troppo) a intrighi borghesi e scandali politici, tra vizi privati & pubbliche virtù, con un occhio al tema della crisi, più come riferimento obbligato al tempo attuale, a un incasellamento delle vicende in una dimensione temporale precisa (e un domani databile), che per una reale volontà di rifletterci sopra.

La pellicola che abito

Adoravo l'Agua de Valencia negli anni 80.

Cinema delle origini allora? Il vecchio Almodovar che torna alla movida? Ma neanche per sogno: basti la scelta del digitale, un registro visivo asettico fino al clinico, a porre la distanza abissale con i cromatismi veraci e sanguigni del Pedro-che-fu (e una sequenza – quella del cellulare che cade – che è integrale, invereconda computer-grafica); bastino queste figurine che non sostanziano un personaggio che sia uno; basti la scelta di Blanca Li a coreografare il balletto degli steward (della serie: Il Regista Spagnolo che chiama La Coreografa Spagnola, altro che la ruspanteria passata); bastino certe scelte di colonna sonora (i Django Django nella scena orgiastica, i Metronomy per il finale, che sono, per il Nostro, pura, inedita trendy choice); basti la mancanza di comicità (ne rimane l'idea, nei fatti risulta narcotizzata); basti tutto questo a smentire la favola della riviviscenza.  Tutto il resto (la gay comedy; gli escamotage narrativi – l’Agua de Valencia adulterato come il gazpacho di Donne sull’orlo…, il telefono di bordo, le pillole nel culo, la figura della veggente etc -; la chiamata a raccolta di volti noti del suo cinema) sono, appunto, manierismi che alludono ad una identità autoriale, ma che vengono sempre e solo esposti, mai applicati. Perché Gli amanti passeggeri non è neanche un esercizio di stile, è, piuttosto, un film di Mateo Blanco, il regista protagonista de Gli abbracci spezzati, quel Chicas y maletas finalmente visibile anche per noi, un film attraverso il quale Almodovar dimostra che, nonostante da anni continui a maneggiare la stessa materia (che è poi se stesso), riesca poi a proporla in una veste sempre e comunque interessante, stimolante, spiazzante. Un film in cui ancora una volta, facendo finta di tornare indietro, ci dice l’esatto contrario: indietro non si torna, quel Pedro non esiste più.

Luca Pacilio
Voto: 7
  
(25/03/2013)



COMMENTI
Il cielo può attendere

L'ultima bagatella di Almodóvar (ogni riferimento al Beethoven remixato che accompagna i titoli di testa è puramente voluto) è una contraddizione in termini e, ovviamente, non lo è: ronde lineare, follia organizzata, ponderatissima anarchia, Gli amanti passeggeri è solo in apparenza, come osserva Pacilio, un calco delle commedie anni Ottanta, essendo ben più pregnante l'omaggio al cinema di Lubitsch e Cukor, di cui questo film è il nipotino “degenere”, dal DNA quasi identico a quello dell'avo. La prima inquadratura mostra l'aereo, gigantesco giocattolo del destino (nonché del regista/demiurgo), e delimita così, con imperturbabilità davvero classica, il campo dell'intera vicenda, in cui si entra, al termine del prologo, tramite una sorta di regressione onirica (l'ipnotico moto delle turbine). I personaggi esistono e hanno senso solo in quanto pedine del gioco di ruolo (/dei ruoli) allestito dal regista, che si diverte a sottoporli a una serie di continue, interminabili e depistanti agnizioni, collocate all'interno di una struttura binaria e caratterizzata da una ferrea simmetria: il piccolo incidente del prologo determina la sventata catastrofe conclusiva, un cellulare si macchia di sangue e un altro ne evita lo spargimento, la disperazione di Alba si riverbera in quella di Ruth, e sono tre esempi tra i molti possibili. Se Becky del Páramo (Tacchi a spillo) dichiarava di non poter più essere una diva del pop, l'età avendola trasformata in una gran dama della canzone, Almodóvar ha affrontato nel corso degli anni un'analoga metamorfosi, da enfant terrible a padre nobile del cinema spagnolo. Il rigore geometrico e la perfezione formale delle immagini, al pari del tono ostentatamente frivolo dei dialoghi, non celano però la sostanza amarissima di un racconto forse mai così disilluso: la distanza tra le generazioni resta incolmabile (il telefono, come ci ricorda La legge del desiderio, è l'arma perfetta per distruggere un rapporto), l'amore è una malattia dalla quale occorre guardarsi (il confronto conclusivo tra Ricardo e Ruth), la tragedia paventata si concretizza in una dramma ben più denso di oscura minaccia, quello di un aeroporto fantasma, fortuita scenografia di un atterraggio paradisiaco e (in)concludente. Il cielo può attendere, il dolore, la rabbia e la frustrazione, al pari dell'Agua de Valencia, continuano a farci compagnia.

Stefano Selleri
Voto: 8
  
(06/04/2013)




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