THE ACT OF KILLING - L'ATTO DI UCCIDERE


di Joshua Oppenheimer
TRAMA

"Come se Hitler ed i suoi complici fossero sopravvissuti e si fossero riuniti per ricostruire le loro scene preferite dell'Olocausto davanti ad una cinepresa".


RECENSIONI

Sotto l’egida di Werner Herzog e Errol Morris, Joshua Oppenheimer predispone uno dei dispositivi documentaristici più scardinanti, violenti, pericolosi e profondi si siano mai visti. In Indonesia l’autore non solo raccoglie le testimonianze di assassini di lungo corso, paramilitari che, dal colpo di stato nel 1965 in poi, si sono dedicati all’omicidio di sospetti comunisti, ma fa loro ricostruire le scene di tortura con orgoglio, lasciando che discorrano della propria eroica mitologia. Li guarda dunque inscriversi da sé nell’olimpo cinematografico, vede sedimentarsi distorsioni del linguaggio (gangster significa uomo libero, dunque essere gangster è condizione nobile) che parlano delle distorsioni della società, registra le impalcature (pubbliche, persino televisive) che reggono questi miti e li assolvono da qualsiasi peccato, ridefinendo l’etica, il confine tra il bene e il male. Loro usano Oppenheimer per assecondare la propria benevola immagine. E Oppenheimer, come Morris insegna, esaspera la costruzione di questo immaginario abietto e per loro confortante, invitandoli a mettere in scena, come in un film che ammicca al cinema - che raramente è stato così chiaramente imperialista - americano, i loro sadici atti. Stralci di gangster movie pauperistico, goffo, devastante, in cui gli assassini calibrano le loro interpretazioni, i loro gesti, sulle immagini che hanno visto in sala e non solo su quelle che hanno vissuto. Recitando le parti non solo dei carnefici, ma anche, per la prima volta, delle vittime. E poi riguardandosi, in tv, con accanto a sé un nipotino chiamato ad ammirare le gesta dell’eroico avo. Ovviamente questo gioco dei ruoli, questa riattualizzazione cinematografica della Storia, questo confronto con la rappresentazione delle proprie azioni, induce i torturatori a un ripensamento coatto di sé, teso tra la posata nonchalance e la coscienza che s’esprime tramite il dolore del fisico, tra l’ottusità e il tentativo retorico di comprensione dell’altro. Ma quando il capo dei massacratori dice di comprendere la tragedia delle proprie vittime, dopo essersi guardato in scena, Oppenheimer interviene: «quella era la realtà, questa è la finzione». Ed è un gesto herzoghiano, a garanzia della morale di un’operazione che sonda la voragine umana, le deformazioni a effetto domino dell’immaginario, il coacervo pornografico dell’exploitation politica.

Giulio Sangiorgio
Voto: 9
  
(08/04/2013)




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8.5 9

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