FRANKENWEENIE


di Tim Burton
TRAMA

La storia di un ragazzino, Victor, talmente affezionato al suo cane Sparky da riportarlo in vita come il vecchio Dr. Frankenstein ci insegnò.


RECENSIONI
I can fix that (?)

La bobina del cortometraggio del piccolo Victor prende fuoco proprio sui titoli di coda, ma questo non vuol dire che non possa essere riparata.
Con un nostalgico senso del tempo, Tim Burton accetta una nuova sfida, ricollegandosi al (suo) passato grazie al feticcio Sparky, un kaijū che non ha bisogno di indossare occhiali 3D perché contemporaneamente aldilà e aldiqua la rappresentazione, vero e proprio legame tra due mondi.
L’immaginario dell’autore ha definitivamente fagocitato il reale, deformandolo in un universo già propriamente cinematografico, quello a lui caro, basti osservare la moltitudine di freaks che lo popolano, ognuno con la sua allusione fisiognomica, il suo tratto caratteristico che rimanda ai totem dell’horror classic.
Uno scarto deciso che oscura il cortometraggio omonimo, vivido nell’aprire lo sguardo di un ragazzino (e di un’intera comunità) ai misteri del fantastico, del diverso, trasfigurandolo nell’animazione della stop motion (da lui sempre voluta fin dal 1984), sintomo di una poetica ormai iconizzata, estremamente burtoniana.

Burton rivendica se stesso, regalandoci uno spaccato pullulante dei suoi mostri, in una coerenza e prevedibilità rasente la più sterile delle riproposizioni. 
Ma è proprio nel riconoscerlo che non può non essere notato un senso di abbandono, un’incrinatura di uno sguardo in cui la magia e, soprattutto, la fiducia si aggrappano quasi per automatismo.
Victor rimane stupito dalla rinascita del proprio cagnolino, di fronte a un miracolo verso il quale era pronto a non credere (I’m sorry boy), un miracolo che si estende persino nella materializzazione del suo Monsters from beyond, pronto ad invadere la città in cui vive.
I sogni diventano incubi, rendendo ostili i lampi che prima stimolavano la fantasia di un bambino, nell’amaro costatarsi di un’immaginazione respingente e incapace a esprimersi.
Dietro l’illusoria vivacità di un Tim Burton, si cela in realtà una delle sue opere più rassegnate, ombrose, dalle quali si vorrebbe fuggire fin da subito, se non fosse per un amico, fedele, pronto a dare un senso a quel home run che sembrava un’evasione da ciò che ci stava circondando.

Marco Compiani
Voto: 6.5
  
(09/03/2013)




BaronciniBellucciBilliCompianiDi NicolaFavaraFeoleRangoni Machiavelli
7 6 6 6.5 4 7 6 6.5
SangiorgioSaso
4.5 7

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