CLOSED CURTAIN

(Pardé - Closed Curtain )

di Kamboziya Partovi, Jafar Panahi
TRAMA

Un regista e il suo cane si rifugiano in una villa, in fuga da qualcosa…


RECENSIONI
Questo non è un film

This is not a film aveva detto tutto su Jafar Panahi oggi. La videoanalisi del regista, con flusso di coscienza sulla sua azione cinematografica (ieri, oggi e – ipoteticamente – domani), aveva aperto le porte all’esplorazione dei film passati e futuri, la loro rielaborazione e l’inserimento in un nuovo tessuto narrativo composto di frammenti: in particolare ricordi, scene già girate, rimpianti, scene ormai smarrite e desideri, scene ancora da girare. Il risultato, un florilegio atemporale e paradossale, era quel film. In This is not a film Panahi si paragona alla protagonista de Lo specchio: come la piccola Mina nella pellicola del 1997, anche lui vorrebbe svestire l’abito di scena e uscire dal personaggio, scendere dall’autobus e tornare verso casa, perché in realtà la strada la conosce. Vorrebbe tornare a fare cinema. E This is not a film si concludeva su un’inquadratura paralizzante: il portone della casa del regista chiuso davanti a lui ai domiciliari, mentre fuori si sviluppa un incendio. A livello letterale il regista è arrestato: ne è impedito il movimento, non può più filmare. Panahi e lo Stato iraniano: da una parte la stasi, dall’altra il fuoco al di là del muro.

Closed Curtain si apre dove finiva l’opera precedente. Ovvero su una prigione: le sbarre del cancello della villa che, sigillandosi, costituiscono una cella dove si (auto)recludono i personaggi. Per Panahi è ancora la fase della riflessione sulle possibilità ipotetiche della narrazione, sui “forse” e i “vorrei” riposti nei prossimi film che sbattono sul “non posso” contenuto nella sua condizione. Anche questo non è un film, dunque, o meglio: è il secondo film che viene “emanato” dall’impossibilità di fare un film. Fitte e continue sono le corrispondenze con TINAF e il vissuto cinematografico dell’autore, a livello sia esplicito che implicito, sia conscio che inconscio. In questo senso Closed Curtain è il film del rovesciamento: per esempio, se in TINAF il regista rifiutava di accogliere un cane nella sua casa – perché avrebbe conflitto con l’enorme e simbolica iguana vagante nell’appartamento -, qui è proprio il cane oggetto dell’azione e innesco dell’intreccio, al contrario delle apparenze, dato che il regista (interpretato dal co-autore Kamboziya Partovi) si rinchiude nella villa principalmente per proteggere l’animale dagli integralisti. Senza dimenticare il punto chiave della storia, l’ingresso in scena di Panahi che si offre come autentico negativo della scena de Lo specchio: la bambina che esce dalla parte qui si “rovescia” nel regista che entra nel campo.

Chi è l’uomo che si nasconde nella casa? E la donna che incontra? Al primo livello, questi sono evidentemente figure nella mente di un narratore, i personaggi non scritti che stazionano nel limbo dove una storia non è partorita: essi lottano per una dignità finzionale, non vogliono svanire, rivendicano lo statuto di personaggi in cerca di uno schermo. Loro nemico è un’autorità che li occulta dietro tende chiuse, un governo che uccide l’invenzione. Come TINAF raccontava la paralisi di un demiurgo, così CC racconta quella dei personaggi. Ma le strade esegetiche si moltiplicano sulla natura delle quattro figure (l’uomo, il cane, la ragazza, il ragazzo): la donna è forse la Libertà? “Controlla che non si tolga la vita”, è la raccomandazione impartita dal giovane: è lecito sospettare uno slittamento intimo da regista a personaggio (Panahi: “Ho scritto la sceneggiatura in una fase di profonda depressione”), la libertà/creazione (l’autore) che rischia il suicidio (l’oscuramento) e quindi si disperde nel mare. La ragazza si lascia andare nelle acque ma poi, dopo poche inquadrature, è di nuovo nella casa: un parto della finzione non sparisce, anzi ritorna. Esattamente come il gesto meccanico del cane che riporta la pallina, possibile correlativo oggettivo della produzione artistica: la pallina è scagliata lontano ma poi torna, è rilanciata e poi torna sempre…

Nella seconda parte, con la comparsa di Panahi tutto cambia. Il regista apre le tende e scopre i suoi film, strappa il burqa che copre la cinepresa e l’opportunità di fare cinema. Regista e personaggi non sono mai nella stessa inquadratura: i piani restano separati perché il creatore e le creature sono la stessa cosa quindi non possono incontrarsi, non c’è coincidenza ma solo alternanza, la materia narrativa resta unica. E’ il momento di una scelta. Emerge il tema vero che percorre sottotraccia Closed Curtain: la vita o la morte di un regista che non può girare. Il regista sceglie di vivere. Allora sono davvero tanti lati della stessa personalità i personaggi che abbiamo visto: sdoppiamento che in inglese è “split personalities” (dal pressbook) e in effetti sembra proprio uno split screen della personalità quello messo in scena in questo film, ghost movie dove lo scricchiolio è rumore mentale, gioco di specchi riflessi in altri specchi. Panahi riceve visite: gli operai aggiustano il vetro/schermo rotto, gli viene offerto cibo e conforto. “Non si preoccupi signor Panahi, tornerà a fare il suo lavoro”. La vita non è nient’altro che ricordi, si dice, eppure il ricordo non basta: bisogna girare ancora. Anche Panahi si immerge nel mare ma, in un toccante rewind, fa marcia indietro e torna ai suoi personaggi.

I simboli di Closed Curtain possono sembrare solari e di significato immediato, come il mare (attenzione: in TINAF il regista afferma che The Sea sarà il titolo di un prossimo film che racconterà 3-4 personaggi all’interno di una casa sul mare. Sempre rimandi), ma non sono altro che espressione di un’urgenza. Per il regista imprigionato la necessità di riprendere deborda e si infiltra in più mezzi, tra cui il filmato dal cellulare, che consente di ampliare la prospettiva e realizzare un rivelatorio campo/controcampo tra personaggio e autore (Partovi/Panahi), dove infine operatore e materiale scenico sconfinano nell’inquadratura. Panahi è certamente in crisi, ma non come altri cineasti del contemporaneo, non come Almodovar e Kitano: è una crisi indotta da fuori, a cui opporre ogni film come Kamčatka, ultimo tassello del risiko, il luogo artistico che resiste. Cinema politico senza fare politica, cinema residuale per il solo atto di esserci. Se This is not a film era il film della caducità e del dubbio, Closed Curtain è il film della certezza: il regista si riprende i suoi personaggi, il cinema continuerà. Si racconterà ancora sé stessi e le proprie storie, anzi una storia che in varie forme è sempre la stessa: il povero Hossein in Oro rosso, che offre la pizza alle guardie iraniane stemperandone la rigida burocrazia; le ragazze di Offside che festeggiano la vittoria dell’Iran insieme ai militari; i suonatori nel corto The Accordion che, persa la fisarmonica, la ritrovano e imparano a “suonare insieme”. La storia di un regista che sconfigge un regime, smontandolo con l’unica arma a sua disposizione: la forma narrativa.

Emanuele Di Nicola
Voto: 8
  
(20/02/2013)




Di NicolaPacilioSangiorgio
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