ZERO DARK THIRTY


di Kathryn Bigelow
TRAMA

L'agente della CIA Maya è ossessionata nella ricerca del nascondiglio di Osama Bin Laden. Le indagini si svilupperanno nell'arco di dieci anni fino alla notte del 2 maggio 2011, quando una missione speciale dei Navy SEAL (Operazione Geronimo) scoverà e ucciderà il leader di al-Qāʿida.


RECENSIONI

Sullo schermo nero riecheggiano le telefonate dell’11/09, gli ultimi atti prima della tragedia, fantasmi ossessivi e irrappresentabili, verso i quali non rimane altro che gettare un po’ di luce. Una luce mai così incompleta perché non cauterizza la ferita, ne evidenzia il vuoto, mostrando l’inter(n)o (del) meccanismo, la sua cervellotica complessità, la diffidenza burocratica, il prismatico gioco di bugie e mezze verità.
Lo stacco di montaggio rende bene l’intenzione alla base di Zero Dark Thirty: illuminare quel buio e dissiparne le paure, aggrapparsi retoricamente a quell’operazione d’intelligence (la cattura del mostro) che, piuttosto che riscrivere la Storia, ha rafforzato lo spaesamento di una nazione, i suoi sintomi di psicosi e profonda solitudine.
Ed è agghiacciante quanto tutto sia lecito e si mascheri da baluardo per il Bene.
Non poteva esserci niente di più esaustivo che quel raggio di sole iniziale, flebile nell’accompagnarci dentro la sala della tortura, primo tassello di un’ossessione pronta ad autogiustificarsi e impossibilitata a chiudere il cerchio.
Nella sequenza dell’assalto alla fortezza di Abbotabad la perizia tecnica della Bigelow evidenzia ulteriormente la viscerale necessità di esorcizzare con la luce, alternando uno sguardo oggettivo immerso nella notte con la soggettiva del dispositivo di intensificazione d’immagine, medium monocromatico ai limiti della virtualità, pronto a districare lo spazio-labirinto del terrore le cui radici estirpate (?) si cristallizzano nel fascio delle torce che abbagliano il corpo esanime di Bin Laden.
Che cosa rimane ora che l’incubo è finito e gli eroi possono persino regalare un bagliore rassicurante alle vittime indirette della guerra (la starlight  data dal NavySeal alla bambina), ora che il nemico numero uno è stato sconfitto?

“There’s no shame if you wanna watch from the monitor”

Avevamo lasciato il Sergente James (The Hurt Locker) scendere dal Chinook e ritornare in mezzo alle bombe, nell’esaltazione machista e off limits di un feticismo bellico che diventava unico credo possibile, fuga dalla realtà (emblematica la scelta della scatola di cereali nel supermarket) e dalla fragilità psichica di un intero Paese che trovava nel travestimento adrenalinico, nella manipolazione dell’oggetto guerra la propria cura illusoria.
In Zero Dark Thirty tale patologia si riflette nella posizione di Maya, evidente doppio complementare dell’artificiere, nella sua crociata personale verso un nemico invisibile, frustrante gioco strategico in cui è costretta sì a scalare i vertici del controllo, ma sempre in una posizione spettatoriale, relegata dietro le quinte di un sistema tutto al maschile e mai operativa sul campo.  In questo frangente le logiche della Cia intensificano ulteriormente il senso d’insoddisfazione autopersecutoria, esemplificate dalla continua mediazione tecnologica che, alla fine, si trasforma in nevrosi.
Perché non c’è altro modo di interpretare e risolvere l’enigma del reale se non attraverso la tecnologia e Maya lo comprende nella sua escalation di frustrazione, quando, con la morte di Jennifer, avviene il suo profondo cambiamento.
Quest’ultima si pone come modello ideale e di emancipazione al femminile, portatrice di ottimismo e tolleranza (nell’attesa di al-Balawi prepara pure una torta), l’unica figura amica con la quale riesce a entrare in intimità, ma destinata a risvegliarla bruscamente con la sua uccisione e a reimmergerla nel clima di terrore.
L’esterno è sinonimo di pericolo da cui rifugiarsi e Maya, dopo aver rischiato più di una volta di perdere la vita, è costretta a nascondersi dietro uno schermo, pronta a pianificare la sua vendetta in attesa di una risposta che, durante la missione a Camp Chapman, non era mai arrivata.

Gli ingranaggi del congegno spionistico, disposti a tutto pur di raggiungere l’obiettivo agognato, diventano una barriera infrangibile per lo sguardo, quello strumento di contatto, confronto e rispecchiamento con l’altro, che ha sempre caratterizzato il cinema della Bigelow. Un legame scopico necessario per la risoluzione dei conflitti dei personaggi, sempre tesi alla ricerca di un oggetto sul quale proiettare le proprie pulsioni interne.
Zero Dark Thirty in questo caso isola gradualmente Maya, le permette di travestirsi da carnefice nell’interrogatorio con al-Faraj per poi emarginarsi sempre di più dentro il reticolo della CIA.
E nel momento stesso in cui si rompe il velo (di Maya) e il feticcio di ogni male giace morto lì davanti, un corpo-fantasma di cui è negato (e ci è stato negato) l’ultimo ritratto, emerge la profonda verità del film.
Se in The Hurt Locker la misantropia era colmata nel riflesso del giocattolo detonante e permetteva all’America di proseguire la sua dipendenza belligerante, proliferazione di pericoli da dover disinnescare, in Zero Dark Thirty è costretta a guardarsi dentro.
Gli occhi di Maya rigati dalle lacrime, pronta a tornare a casa, comprendono quanto l’elaborazione del lutto e il ritrovare una propria identità siano ancora molto lontani.

Marco Compiani
Voto: 7
  
(12/02/2013)



COMMENTI
→ La procedura del Bene

La parola e l'azione in Lincoln e Zero Dark Thirty

Roberto Tallarita
Voto: 7
  
(23/02/2013)




BarattiBaronciniBellucciBilliCompianiDi NicolaFavaraFeole
8 6 7 8.5 7 7 8.5 6.5
PacilioPalmieriRangoni MachiavelliSangiorgioSasoTallarita
7 7 7 8.5 7.5 7

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