LA BOTTEGA DEI SUICIDI

(Le Magasin des Suicides )

di Patrice Leconte
TRAMA

In una città grigia dove il sole ha smesso di splendere, dove la gente è triste e rassegnata, dove non si sa se è mattina o sera, se è oggi o domani, non resta che suicidarsi.


RECENSIONI

I Touvache sono abilissimi affaristi: intercettano e sfruttano oculatamente l'andamento del loro tempo, cavalcano la crisi economica ed offrono un cappio ad ogni disperato cliente che si affaccia allo loro bottega, specializzata in “accessori” per procurare la morte. Gli affari vanno alla grande, merito della depressione che colpisce l'umanità avviluppata in una morsa di disperazione dilagante, un morbo che colpisce trasversalmente la società e che rimane oscuro nelle sue cause scatenanti. La crisi della società è al suo apice e viene narrativamente introdotta come una non ben definita pestilenza che miete vittime incapaci di reagire all'annientamento di tutte le energie vitali. L'unico desiderio che sopravvive in questo scenario apocalittico è la volontà di morte, la pulsione che spinge a porre fine alla propria vita per trovare finalmente riparo da un'esistenza indegna di essere preservata e protratta nel tempo. Ed è proprio in quest'ultimo e definitivo passaggio che si inserisce l'attività di famiglia dei Touvache: facilitare la dipartita dei propri clienti dietro pagamento. L'elemento di disturbo, ovvero il piccolo Alan, terzogenito della famiglia, irrompe nel racconto che procede lineare come un'eccezione, come una forma degenerata di essere umano nel quale si è riversata tutta la gioia e la voglia di vivere scomparsa dal volto degli altri suoi concittadini. Lo scompiglio che deriva dallo stridente contrasto tra il riso del bambino e la disperazione diffusa è prevedibile e il contagio, questa volta positivo, non tarda a farsi strada nel nucleo familiare e poi a macchia d'olio nell'intera comunità.

Si saccheggia a piene mani da Burton e Chomet, declinando furbescamente personaggi e ambienti sullo stile romantico-grottesco che contraddistingue l'universo creativo dei due autori. La bottega dei suicidi vive grazie ad un calcolatissimo prelievo di superficie, un trasferimento senz'anima di alcuni stilemi da un universo già cinematograficamente consolidato (Burton&Chomet) ad una nuova creatura incapace di dimostrare una sua peculiare originalità. Questa campionatura di superficie smaschera un prodotto che prima di essere opera è pura e semplice strategia. Il tributo si esaurisce nella forma, nella ripetizione inerte di un tratto riconoscibile e funzionale, non cogliendo alcunché dell'anima degli autori chiamati forzatamente in causa. Tornando alla dimensione narrativa, la presenza di Alan dovrebbe innescare una crisi, una rottura forte tra passato e futuro, capace di scuotere il sistema dalle fondamenta per riattivarlo. Il risultato invece si realizza in un semplice cambio d'insegna: dal negozietto di quartiere, spaccio di morte, si passa con disinvoltura alla nascita di una creperie, simbolo di vitalità e di socializzazione (nella quale però sopravvivono vecchie tendenze difficili da estirpare). Alan, il piccolo Billy the Poet di Leconte, è sì colui che rivoluziona la vicenda narrativa (scuotendo dal torpore la sorella, la madre e il fratello), ma in definitiva non è altro che l'ennesimo tassello generazionale di un falso cambiamento, una modifica formale e non sostanziale della società.
L'animazione ha la capacità forte di tradurre in favola simbologie, talvolta pesanti, del vivere garantendo una leggerezza che riesce ad infiltrarsi in maniera tutt'altro che innocua nella mente dello spettatore. In questo caso specifico si assiste invece ad una strumentalizzazione del mezzo per condividere una morale ambigua e tutt'altro che innovativa: il sistema economico degenerato per essere riattivato necessita solo di un cambio di facciata e non di un sostanziale ripensamento dei meccanismi annichilenti che lo muovono. Leconte imita la manovra della famiglia Touvache: confeziona un prodotto apparentemente nuovo (sperimenta affidandosi all'animazione venata di un humor nero all'acqua di rose) che non ragiona sul problema, ma lo dà solamente per scontato (la crisi e la depressione sembrano piaghe connaturate all'umanità stessa) proponendo un finale che non risolve niente, che ingloba l'eccezione omologandola, non curando la ferita, ma limitandosi a nascondere con i colori le parti già andate in cancrena.

Martina Bartalini
Voto: 5
  
(24/01/2013)




BartaliniRangoni MachiavelliSangiorgio
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