ALICE NELLE CITTÀ

(Alice in den Städten )

di Wim Wenders
TRAMA

Felix Winter gira gli Stati Uniti in cerca di ispirazione per un reportage, ma finisce con lo scattare solo delle polaroid. Incontra una donna che gli affida, scomparendo, la figlia di nove anni.


RECENSIONI

Parte come un Blow-Up on-the-road: le polaroid dell’uomo senza meta sono quelle, rigorosamente in bianco e nero, del grande fotografo Wenders che, infatti, appare in lontananza, in un bar. Il cruccio è questo: le immagini riprodotte non riusciranno mai a rendere la Realtà così com’è. Shoot (riprendi) Shoot (distruggi l’immagine). Un personaggio: “Hai perso la tua identità e cerchi delle prove della tua esistenza nelle foto che scatti”. Rispetto al precedente Prima del Calcio di Rigore (è solo per comodo che gli storici fanno partire la “Trilogia della Strada” da quest’opera): ancora “male di vivere”; ancora la metafora del viaggio nella vita ma, in questo caso, senza “mutamenti”, cioè senso; ancora paura della paura. Cambia il tipo di protagonista: non un depresso disturbato ma uno straordinario Rüdiger Vogler, mite, affabile ma con sguardo assorto e vago che i lunghi Primi Piani di Wenders sottolineano. Gli dona una meta (cercare la famiglia) la spontaneità di una bambina che, da una foto, riconosce la casa: lei non ha perso la propria identità, lei è Cinema, Movimento. Prima, Felix era in grado solo di raccontare fiabe senza struttura, con la sola logica di un infinito concatenarsi di eventi. Dopo, parte Paper Moon, per quanto Wenders, accortosi delle similitudini con il film di Peter Bogdanovich, abbia tentato di modificare la sceneggiatura: solo qualche pallido richiamo alle tematiche iniziali, il volto cambia in gioco affettivo di battibecchi, carinerie, gag, riflessioni sull’infanzia abbandonata (la ragazzina solitaria, seduta vicino al juke-box) atte a divertire o instaurare un sentire di tenero afflato. Un Wenders fin qui abbastanza inedito, dislocato (fuori posto), pur permanendo la sua ossessione nel rapporto con i miti americani, da cui si sente colonizzato: li destruttura criticamente (Televisione e Radio) oppure li filtra attraverso un modo di fare cinema che li nega (vedi l’utilizzo frammentario della musica rock: eco lontana, solo per un istante presente; anche il concerto di Chuck Berry è più citazione che passione). Modelli spinti in basso, come fossero demoni che lo abitano piacevolmente (l’omaggio a John Ford con Alba di Gloria e la notizia della sua morte).

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 7.5




Rangoni Machiavelli
7.5

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