IL COMANDANTE E LA CICOGNA


di Silvio Soldini
TRAMA

In una città del nord Italia s’intrecciano le storie di Leo, idraulico vedovo alle prese con due figli adolescenti e col fantasma della moglie morta, Diana, una giovane artista timida e squattrinata, il suo padrone di casa Amanzio, bislacco “sensibilizzatore” urbano, l’avvocato maneggione Malaffano e la cicogna Agostina.


RECENSIONI

Stasi e movimento, gravità e leggerezza. Eccole, già nel titolo, le presunte coordinate della nuova commedia di Silvio Soldini, la terza della sua filmografia. Che, come le precedenti, si alimenta di umori surreali, prospettive oblique, osservazioni stralunate. La polarità annunciata però, oltre a non risultare mai deflagrante si rivela anche illusoria, la favola metropolitana appiattendosi ben presto in apologo moraleggiante, di elementare simbolismo, letteraria indignazione e vaga supponenza. Quel che sconcerta ne Il comandante e la cicogna, “musical mancato” nella definizione del suo stesso autore e realizzato in reazione al realismo dai toni cupi e dolenti delle due ultime opere, Giorni e nuvole e il sottovalutato Cosa voglio di più, è il fallimento nell’amalgama di toni e ingredienti, l’incapacità di modulazione e sintesi dei diversi registri, quello più svagato e quello sottilmente più acre, da parte di un regista la cui opera fino ad oggi, in tutte le sue declinazioni, aveva saputo radiografare come poche il malessere esistenziale, gli smottamenti del cuore e le fratture delle anime di un’Italia investita prima dall’ipocrita e fallace aria serena dell’edonismo occidentale e poi dall’asfissia dei sentimenti indotta dalla crisi economica, tutti i suoi personaggi volteggiando come acrobati, ora goffi ora più agili, tra disillusione quotidiana e rinnovata emotività, reale e ideale, sogni e bisogni.

Ne Il comandante e la cicogna c’è tutto Soldini ma come depotenziato e banalizzato, quasi fosse l’opera di un fiacco imitatore. Fin dallo sguardo sull’ambientazione urbana, elemento mai accessorio nel cinema del regista: qui gli spazi sono quelli di una città immaginaria ma concreta, sintesi architettonica di Torino e Milano (e morale: gli ideali risorgimentali sbertucciati e dimenticati dell’una, l'imperante realpolitik economica dell’altra), sineddoche fin troppo palese (e ulteriormente sottolineata dalla didascalica babele dialettale dei personaggi) di un Belpaese alla deriva, impantanato in piccole meschinità e meno piccole truffe rivelatrici di una barbarie dei costumi forse irreversibile (tanto che, a dar retta ai racconti della moglie defunta di Leo, le ingiustizie si riproporranno anche nell’aldilà). Ed è probabilmente l’elemento più “originale” della narrazione (in realtà suggerito a Soldini, per sua stessa ammissione, dalla visione di Jonas che avrà vent'anni nel 2000 di Alain Tanner) a costituirne il punto di maggior debolezza: il girotondo sentimental-burlesco del pugno di personaggi che si barcamena tra ingenuità e purezza quasi stolide e becero e cinico affarismo, declinando in volgarità kitsch pennellate che vorrebbero riecheggiare Chagall e Rousseau il Doganiere (l’affresco sintomatico realizzato da Diana su committenza dell’avvocato - “è una giungla là fuori”), è infatti punteggiato dalle riflessioni amareggiate e desolate delle statue che osservano e commentano il mondo dai loro piedistalli, padri illustri di una povera patria cui si affianca l’infelice invenzione di un fantomatico cavalier Cazzaniga, figura paraberlusconiana e protoleghista, impegnato in un continuo battibecco col “comandante” Garibaldi, la cui protervia verrà opportunamente e “casualmente” decapitata a suggello del duello ideologico tra i due.

L’intento morale si traduce però in pedante zavorra, la leggerezza dichiarata non nasconde l’esilità aneddotica, la dimensione magico-fantastica fatica a diventare lente interpretativa (e ben poco aiutano i brutti inserti digitali). Il gusto per il surreale si ferma al bozzetto condito da eccentricità forzate (leggi alla voce: Battiston) o poetismi di seconda scelta (“Ma secondo te gli uccelli lo sanno che non sappiamo volare o pensano solo che non ne abbiamo voglia?”). La commedia nei suoi ritmi e nelle sue leggi ne risente, maldestra nella gestione dei personaggi, di una bidimensionalità mai riscattata dalla studiata naïveté, nonché sfocata nei meccanismi farseschi che dovrebbero innescare il riso o il sorriso (con scivoloni davvero inspiegabili come la gag “folkloristica” dei genitori del ragazzo denunciato da Leo).

Né politicamente impietosa né sognante in senso utopistico, sostanzialmente inoffensiva, di una bizzarria posticcia e iperscritta, una commedia senza ali che vola da fermo intorno a un’ideale convergenza tra Zavattini e Kaurismaki senza trovarla mai. Vorrebbe avere il passo sospeso della cicogna, il suo sguardo volatile e distaccato, non va al di là della stravaganza immobile e spocchiosetta di un fantasioso busto di bronzo. Un incidente di percorso, si spera.

Michele Favara
Voto: 4.5
  
(30/10/2012)




BellucciFavaraSaso
5 4.5 5.5

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