COGAN - KILLING THEM SOFTLY

(Killing Them Softly )

di Andrew Dominik
TRAMA

New Orleans, poco prima delle elezioni presidenziali del 2008. Frankie, un piccolo criminale appena uscito dal carcere, viene coinvolto nel piano ideato da Johnny Amato: rapinare una partita di poker organizzata da Markie Trattman. Per mettere a segno il colpo occorre un terzo uomo e Frankie recluta Russell, un avanzo di galera australiano che si guadagna da vivere rubando cani di razza. La rapina fila liscia, ma il giro delle bische clandestine si ferma improvvisamente con grande perdita di denaro. Per il bene dell’economia locale, l’organizzazione mafiosa che controlla il territorio si rivolge a Jackie Cogan: dovrà scovare i responsabili e ripristinare l’ordine.


RECENSIONI

Due avvertenze preliminari:
1- Affrontare la lettura di una recensione così smisurata senza aspettarsi degli spoiler sarebbe semplicemente irragionevole. Se lo fate la responsabilità è vostra, noi vi abbiamo avvertito.
2- Quanto il doppiaggio appiattisca il tessuto linguistico del film può risultare chiaro con un solo esempio: durante la rapina Russell non dice una parola, poiché se parlasse tradirebbe le sue origini australiane.

The Friends of George V. Higgins

“The fuck, you look like you just got out of jail or something”: queste sono pressappoco le prime parole pronunciate da Johnny Amato nel romanzo Cogan’s Trade (1974) di George V. Higgins, già autore di The Friends of Eddie Coyle (1970), grigio e stradisilluso noir bostoniano portato sullo schermo da Peter Yates nel 1973 con un Robert Mitchum segnatissimo nei panni di Eddie e un Peter Boyle ultraviscido in quelli del barman-killer Dillon. L’universo letterario di Higgins è impregnato di conoscenza diretta dello slang, delle personalità e delle dinamiche criminali: una conoscenza derivante dalla professione di procuratore distrettuale a Boston che marchia a fuoco il suo stile e la sua prospettiva narrativa. Higgins se ne sbatte del folklore e dell’alone leggendario che circonda l’underworld, a tenere banco nei suoi romanzi sono figure di piccoli malavitosi incastrati in traffici più grandi di loro, reietti o marginali che vorrebbero tirarsi fuori dai guai ma che non possiedono né la lungimiranza né l’astuzia per riuscirci. Né eroi né antieroi, insomma, ma personaggi tragicomici, meschini e confusi come qualsiasi common man catapultato nelle medesime circostanze. Solamente più sboccati, sbroccati e logorroici: il loro deficit d’intelligenza si accompagna a un surplus di eloquenza che tradisce la loro insipienza e i loro maneggi, mettendoli nei pasticci per eccesso di sbruffoneria o difetto di prudenza.

E i dialoghi higginsiani, autentici esercizi di mimetismo stilistico (“I don’t Know” si contrae spesso in “I dunno” e “What do you mean?” in “Whaddaya mean?”, giusto per fare un paio di esempi comprensibili), non solo ricalcano fedelmente il parlato malavitoso riproducendone la propensione al turpiloquio ininterrotto, ma dilatano a dismisura l’incontinenza verbale dei personaggi sommergendo l’azione in una loquacità letteralmente straripante. Risultato: l’esposizione dialogica si sostituisce agli eventi o li prefigura/rivisita da angolazioni diverse. Ed è precisamente l’angolo di osservazione (“You got to think of a different angle”, dice Amato a Frankie immediatamente prima di proporgli il colpo) a costituire il propulsore narrativo di Cogan’s Trade: l’“idea” (è con questo termine che la versione italiana del romanzo traduce “angle”) di Johnny consiste nel prevedere le reazioni del milieu alla rapina nella bisca di Trattman (“Keep in mind, I Know how these guys think”, lo rassicura Amato). Di fatto questo massimalismo dialogico, oltre a soffocare le potenzialità cinetiche della crime fiction, sposta l’asse della narrazione verso coordinate soggettive se non apertamente mentali. Pagina dopo pagina, si fa sempre più chiaro che la vera posta in palio non è la riuscita del colpo o la felicità dei personaggi ma l’affermazione di un punto di vista dominante, di un’angolazione reggente: “I see what you mean, the public angle”, riconosce l’autista che fa da intermediario tra Cogan e i boss dell’organizzazione. Č la questione del consenso il nodo cruciale del romanzo di Higgins, un consenso necessario al corretto funzionamento degli affari e vincolato a una campagna persuasiva basata più sulle parole che sulla violenza.

Oralità, economia, politica

Come Outrage di Kitano, Cogan - Killing Them Softly si colloca a un livello in cui la violenza agita si è sublimata (l’estetizzazione e la distanza con le quali si mettono in scena i pestaggi e le esecuzioni) e rimane a rappresentarne l’essenza crudele un’oralità diaccia ed esasperata. Come Outrage Beyond Cogan scarnifica l’intreccio per portarne alla luce il meccanismo nudo e crudo: coppie di personaggi che si parlano si susseguono senza svelamenti di carattere, puri ingranaggi che manifestano con chiarezza solo il posto che occupano nella struttura gerarchica malavitosa di cui sono parte (e di conseguenza nella costruzione drammatica), ma (quasi) mai ciò che sono (Frankie - Io non so chi cazzo sei! Cogan - Pochissimi lo sanno). Č la riduzione del genere a puro congegno di causa ed effetto, il suo svuotamento e la sua ritraduzione  in una glaciale burocratizzazione della violenza, in un’arida ragioneria della morte: così ad ogni evento ne consegue un altro che ne porta ad un altro e così via. Tutto si deve compiere, l’unica tensione risiedendo nell’incertezza del se interverrà un elemento a distrarre dalla sua logica fine questa truce concatenazione, questo cruento stillicidio che procede attraverso la lenta, inesorabile decimazione delle figure in gioco.

La messa a nudo del congegno va di pari passo con l’esplicitazione della componente economico-politica racchiusa nel romanzo: in fase di adattamento Dominik si accorge che Cogan’s Trade racconta in filigrana la storia di una crisi economica, una crisi dovuta a uno scompenso nella regolamentazione di un’economia basata sul gioco d’azzardo e sull’accumulo di capitali. Una sorta di riproduzione in scala della situazione contemporanea. L’attualizzazione dagli anni ’70 alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2008 procede dunque lungo un doppio binario: la crisi finanziaria da un lato e la creazione del consenso dall’altro, con l’ausilio del genere cinematografico a garantire l’attendibilità della radiografia (“Credo che i film sulla criminalità trattino del capitalismo, poiché [il crime movie] è il solo genere nel quale è perfettamente accettabile che tutti i personaggi siano motivati esclusivamente dal desiderio di denaro. E penso anche che, in qualche modo, sia il genere americano più onesto”: Andrew Dominik durante la conferenza stampa a Cannes). Detto altrimenti, gli squilibri della crisi economica vengono fronteggiati con la formula del consenso politico: ecco il significato dell’ambientazione in piena campagna elettorale (una delle prime inquadrature del film termina su due cartelloni di identica grandezza che ritraggono i candidati rivali Obama e McCain). Non conta il partito rappresentato o lo schieramento politico, ma il processo persuasivo in atto, il suo insinuarsi più o meno rumorosamente nello scenario di una realtà che sta andando in frantumi (New Orleans, una città sfasciata in quadri irriconoscibili e potenzialmente riferibili a qualsiasi periferia).

Screwball, Struttura Žižek

Eppure non sono i toni drammatici a imporsi: diversamente da Peter Yates, che ne Gli amici di Eddie Coyle aveva esasperato lo squallore e la meschinità del microcosmo malavitoso descritto da Higgins, Dominik pone l’accento sulla componente comico-grottesca che impregna i dialoghi higginsiani. Non si cada nell’equivoco di considerare tarantiniani i dialoghi di Cogan, sarebbe il malinteso più gigantesco in cui si potrebbe incappare. Higgins è il maestro riconosciuto di Elmore Leonard (“Higgins is my favorite. . . . No, he doesn’t learn from me, I learn from him”), che ha definito più volte The Friends of Eddie Coyle “il miglior romanzo criminale mai scritto” e ha dato alla protagonista di Rum Punch (1992) il nome di Jackie Brown, il personaggio che apre letteralmente il romanzo d’esordio del procuratore distrettuale di Boston (“Jackie Brown, di anni ventisei, senza alcuna espressione in viso, disse che era in grado di procurare delle armi”: questo l’incipit di Gli amici di Eddie Coyle). Rispettando alla lettera la drammaturgia higginsiana, Dominik non può che sfociare in territorio screwball comedy, insomma. Il continuo oscillare tra oscenità gergale, digressioni strampalate, violenza improvvisa e ordinarietà delle figure criminali appartiene interamente al patrimonio letterario di Higgins, Dominik non ha fatto altro che assecondarne la vena comico-realistica (chi ne dubita si procuri Gli amici di Eddie Coyle e, se ne è capace, legga il primo capitolo senza smascellarsi dalle risate).

Dove invece Dominik interviene massicciamente, pur non smantellando l’impianto del romanzo, è nell’assegnazione di valori psicoanalitici ai personaggi principali. Dissodato dal massimalismo dialogico di cui sopra, il terreno è particolarmente adatto ad accogliere una semina simile, dichiaratamente influenzata dalle riflessioni post-freudiane della filo-star Slavoj Žižek (si coglie l’occasione per suggerire la lettura del leggermente datato ma assai illuminante Introduzione a Žižek di Tony Myers, libretto divulgativo pubblicato nel 2003 ed edito recentemente in Italia da il Melangolo). Prendendo spunto dalla teoria esposta dal filosofo sloveno in The Pervert's Guide to Cinema (Sophie Fiennes, 2006), secondo la quale i tre fratelli Marx Groucho, Chico e Harpo rappresenterebbero tre aspetti di una sola personalità (rispettivamente Super-Io, Io ed Es), il cineasta e sceneggiatore neozelandese ha allestito un teatro psichico a sei personaggi riducibili a due personalità scomposte nelle rispettive triadi. Frankie (Scoot McNairy) incarna l’Io della prima, un Io alle prese da una parte con Russell (Ben Mendelsohn), il suo godereccio Es, e dall’altra con Johnny Amato (Vincent Curatola), l’esigente Super-Io. L’incipit del film, con Frankie che esce da un luogo completamente buio venendo letteralmente alla luce, è fin troppo eloquente: siamo in presenza di una nascita simbolica, assistiamo all’apparizione di un’entità dall’identità neonata e indefinita.

Analogamente, Jackie Cogan (Brad Pitt) rappresenta l’altro Io, stretto tra le pretese di un Super-Io portavoce dell’autorità (Richard Jenkins) e gli smodati appetiti erotico-alcolici di Mitch (James Gandolfini), un Es di pantagruelica insaziabilità. Anche l’entrata in scena di Jackie risulta gravida di connotazioni psicoanalitiche: Cogan si presenta come sostituto del ricoverato Dillon (Sam Shepard), suo mentore nonché uomo di fiducia dell’organizzazione. La sua comparsa avviene in concomitanza con la malattia del padre simbolico: Dillon è in ospedale e Jackie irrompe nella finzione quando il suo vecchio Super-Io si sta spegnendo. Proprio come Frankie, Cogan è un homo novus e a segnare la differenza tra i due è esattamente il modo in cui reagiscono alle pressioni dei rispettivi Es e Super-Io: Frankie tenta sciaguratamente di metterli d’accordo, mentre Jackie imprigiona l’Es ed esautora il suo nuovo Super-Io (persino nei piccoli gesti: ignora l’ingiunzione di Jenkins a non fumare in macchina), cavandosela egregiamente. Illustrata da Dominik stesso durante la conferenza stampa a Cannes (visibile su YouTube), questa dinamica non si esaurisce nell’applicazione della “Struttura Žižek” ai personaggi del romanzo, ma produce inoltre una modificazione del finale. Se in Cogan’s Trade Jackie si limita a prendere il posto di Dillon imponendo nuovi prezzi all’organizzazione (“Se capita una rogna, bene, vi serve una persona, qualcuno che sistema la situazione. Ho solo detto che d’ora in poi vi costerà di più. Punto.”), in Cogan - Killing Them Softly Jackie non fa sconti e vuole essere pagato fino all’ultimo dollaro, non c’è scusa che tenga. La differenza è di capitale importanza: il Cogan di Higgins prefigura l’avvento di una nuova generazione criminale più avida e spregiudicata, attirando su di sé la meschinità e la rapacità in circolazione. Il Cogan di Dominik, al contrario, non funge più da neocriminale parafulmine, ma, astenendosi tanto dal cieco edonismo quanto dalla remissiva obbedienza, propone un’esemplare e cinica strategia di sopravvivenza contemporanea.

Noir manierista

Indubbiamente il terzo lungometraggio di Dominik intrattiene legami col neonoir di fine anni ’60-prima metà anni ’70. Inevitabile il confronto con la più volte citata pellicola di Yates: la sequenza che precede la rapina di Frankie e Russell possiede un forte sapore yatesiano sia nel fraseggio dei campi/controcampi all’interno dell’abitacolo sia nell’inquadratura dall’alto - una gru - che accompagna l’arrivo della macchina nel parcheggio deserto (nel noir di Yates un’inquadratura dal taglio simile, anche se fissa, compare in uno dei momenti più tetri del film: l’abbandono di una Ford con un cadavere nel parcheggio di un bowling). Più in generale il film di Dominik presuppone costantemente quello di Yates, non soltanto poiché questo costituisce l’unico precedente di adattamento cinematografico higginsiano, ma soprattutto perché la molla che ha spinto il cineasta neozelandese a interessarsi a Higgins e leggere Cogan’s Trade è stata proprio la visione de Gli amici di Eddie Coyle. A un livello più superficiale si registra un’associazione audiovisiva con Il caso Thomas Crown (The Thomas Crown Affair, Norman Jewison, 1968): subito dopo il dialogo eroinico con Russell, Frankie si mette al volante terrorizzato da quanto il suo socio gli ha appena riferito, vale a dire che sulla loro testa pende una condanna a morte. Il brano musicale che accompagna l’angoscioso tragitto di Frankie è The Windmills of Your Mind (celeberrimo leitmotiv del film di Jewison) nella versione di Petula Clark: sullo schermo si materializza uno split-screen diegetico (lo specchietto retrovisore si ritaglia uno spazio visivo autonomo all’interno dell’inquadratura) in una sorta di omaggio estemporaneo alla pellicola jewisoniana, campionessa mondiale della specialità split-screen.

Spingendosi più in profondità e non senza una certa audacia, si incontrano passaggi fotografici che collegano gli scatti cadaverici di Weegee (Naked City, 1945) a quelli obitoriali di Andres Serrano (The Morgue, 1991): dal crudo realismo dell’esecuzione di Amato al dolciastro iperrealismo dell’inserimento nei loculi di Johnny e Frankie (avvolto dalla versione flautata di It’s Only a Paper Moon di Cliff “Ukulele Ike” Edwards). Ma a uno strato ancora più profondo e generativo Cogan è geneticamente imparentato ai noir manieristi di fine anni ’50-primi anni ’60: crime movies che mischiano furiosamente sfondo sociale, alienazione metropolitana e sperimentazione formale. Pellicole come Assassinio per contratto (Murder by Contract, Irving Lerner, 1958), La vendetta del gangster (Underworld U.S.A., Samuel Fuller, 1961) o Cronaca di un assassinio (Blast of Silence, Allen Baron, 1961): noir che, fotografando i nuovi assetti della criminalità organizzata, scavano all’interno delle personalità omicide e prediligono le esibite variazioni di tonalità espressiva all’uniformità drammatica del genere classicamente declinato. Sono le clamorose identificazioni tra criminalità e capitalismo, le commistioni tra tragico e grottesco e le ricercatezze estetiche spudoratamente virtuosistiche a renderli testimonianze di un’innocenza perduta per sempre. Ed è esattamente questo che fa Dominik in Cogan: identifica America e Business, amalgama noir e commedia e trasfigura l’omicidio di Markie (Ray Liotta) in una cullante ninnananna sulle note di Love Letters di Ketty Lester. Cogan - Killing Them Softly è un film immenso, di grottesca, imperiale decadenza. Un noir manierista che, abbracciando i codici, lavora sulle forme. E nel manierismo non c’è epica, ma rimpianto per l’armonia perduta. Resterà.

Alessandro Baratti e Luca Pacilio

 
Voto:
  
(25/10/2012)



Con l'ennesimo Jesse James che ci aveva regalato nel 2007, Andrew Dominik si era affacciato alla ribalta internazionale con una riflessione Western tutt'altro che banale (e in realtà non molto compresa) sul mito e sulle insidie della demistificazione, la quale, anziché distruggere il mito, lo rende imbattibile.
Cinque anni dopo, Dominik torna a riscuotere quello che gli è dovuto (una sorta di “visto? Le dinamiche perverse del mito si sono rivelate esattamente quelle che avevo presagito”), con il genere che notoriamente inverte le coordinate del western: il (neo)noir. Tra il 2007 e il 2012, infatti, c'è stata la crisi economica, e l'avvento di Obama – l'avvento, cioè, di un nuovo insidiosissimo mito, quello dell'alleanza, della supposta sintesi, tra la cronaca e il mito stesso.
Č questo mito che Killing them Softly riesce, con enorme intelligenza filmica ed estetica, a smontare. Esso comincia, infatti come una telefonatissima allegoria socio-economica: Dominik alterna un bel po' di repertorio audiovisivo diegetico (estratti dalle news, discorsi presidenziali televisivi e radiofonici tra i mesi dello scoppio della crisi – e del vantaggio di Obama – e l'elezione di questi) e ambientazioni di spaventosa desolazione geografico-antropologica che oggi siamo costretti a chiamare “ordinaria” persino nel contesto USA (che sia il Mid-West, il Sud o giù di lì), e un plot di (stavolta davvero) ordinaria amministrazione su un gruppetto di delinquentelli più o meno coperti e gravitante intorno ai tavoli da gioco, unica ed ultima risorsa, quest'ultima, per fare girare l'economia in una zona di provincia depressissima (e non molto precisata).
La metafora, dunque, è chiarissima: il piano statale di rifinanziamento del sistema bancario come astuta rapina grazie a cui, perversamente, un intero mondo (ridottosi nel frattempo a sottobosco poco legale) può ripartire. E se il film fosse solo questo, sarebbe un aborto. Per fortuna, però, fondendo insieme (come già nel suo Jesse James del 2007) con abilità i tempi allungati e rilassati del cinema degli anni Settanta e la serrata sapienza micronarrativa delle serie TV contemporanee (come dire: il sogno ingenuo della demistificazione rivisto alla luce della ultraconsapevolezza di oggi che fa continuamente a botte con il proprio stesso cinismo), Dominik piano piano ribalta le carte e il tavolo stesso: il mito rimpiazza via via la cronaca (come testimonia Obama che imperversa sempre di più in TV), e la narrazione, che in teoria dovrebbe dare linfa al mito, viene sempre più sminuzzata e resa simile alla cronaca. E “in teoria”, qui, significa anche che il personaggio di Brad Pitt, che gradualmente assurge a sorta di manovratore occulto che da dietro le quinte muove tutti i fili di ciò che succede, si autodistrugge prima di diventare davvero quel manovratore che non cessa mai di sembrare. Gli viene insomma negata quell'aura mitica a cui sembra essere destinato. In altre parole: lo spettatore viene sottilmente convogliato verso il complottismo, ma rimane con la propria sete. Viene negata la soddisfazione di trovare un genio del male a cui imputare la miseria presente. Il complottismo ha fatto già troppi danni nel decennio scorso: oggi, il nodo da risolvere, è quello che stringe insieme mito e cronaca, nodo da cui il film si lascia stritolare dialetticamente per buttarci davanti agli occhi il fatto che esso, anche se non ci sembra, sta stritolando anche noi.

Marco Grosoli
Voto: 7
  
(07/11/2012)



COMMENTI

America's trade

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Roberto Tallarita
Voto: 6.5
  
(07/11/2012)



Baciato dal successo di pubblico o meno, il produttore Brad Pitt si fida del talento autorale del neozelandese Andrew Dominik dopo L’Assassinio di Jesse James per Mano del Codardo Robert Ford. Due opere molto diverse: Dominik non replica il ricercato studio figurativo (ma mantiene il passo drammaturgico dilatato) e preferisce affidarsi alla verbosità e all’intuizione geniale del sottotesto con allegoria politica nel film di “genere”; nell’adattare il romanzo di George V. Higgins (ex - procuratore distrettuale, poi scrittore poco frequentato al cinema per uno stile di poca azione e tante parole), oltre a spostare l’ambientazione dagli anni settanta ai giorni nostri, il regista stravolge gli stilemi nell’appaiare criminalità e politica. Con cinismo, mentre il presidente Obama, in televisione, elogia il vero spirito americano fondato non su soldi o armi ma su ideali, allarga il discorso a tutti gli Stati Uniti, fondati non sull’uguaglianza come millantava Thomas Jefferson ma sulla menzogna. L’inizio è esplicito: Frankie attraversa un tunnel mentre il discorso di un politico accende gli animi; si ritrova in una strada lurida ed incontra un suo simile, sbandato e dedito, per sopravvivenza, ad attività criminali. Questa è l’America: la trama del gangster movie è topica, situazioni già viste e svolgimenti prevedibili, ma il tutto acquista nuova luce con il continuo inserimento, fra piccolo schermo e voci fuori campo, di politicanti che s’appellano al buon cuore degli elettori o additano i mali del paese secondo la convenienza. Nel mentre, fra tutto e tutti, si muove spietato il killer di Brad Pitt (magnetica la sua prova ma Dominik fornisce grandi occasioni a tutti gli attori: memorabili sia James Gandolfini, sia Ben Mendelsohn), che conosce le regole del gioco americano, dove sono banditi i sentimenti e gli ingenui idealisti non faranno molta strada, che preferisce uccidere gentilmente (il titolo originale), a distanza, persone che non conosce (il lungo ralenti dell’omicidio del carattere di Ray Liotta è un gran brano di cinema). Perché in America sei solo e, per mandare avanti l’economia, basta un capro espiatorio, non è necessaria la verità.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 7.5




BarattiBartaliniBellucciCompianiDi NicolaFavaraGrosoliPacilio
9 6 7 7.5 6.5 6.5 7 8
PalmieriRangoni MachiavelliSangiorgioSasoTallarita
7 7.5 7.5 6.5 6.5

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