TUTTI I SANTI GIORNI


di Paolo Virzì
TRAMA

Guido e Antonia: la vita insieme, il desiderio di un figlio, la crisi.


RECENSIONI

L’ipertrofia mi è sempre sembrato un tratto caratterizzante del cinema di Virzì. Scusandomi preventivamente per la lunga autocitazione (autocitarsi è pratica davvero esecrabile), questo è quanto avevo scritto a proposito di Tutta la vita davanti:

(…) il ventaglio di figure che popolano il film è ampio, e tutte rispondono all’esigenza di rappresentare dei tipi che però vogliono evadere i confini della tipizzazione, dotandosi di una personalità il più possibile tridimensionale; così come le vicende, gli snodi narrativi che vedono tali personaggi protagonisti, rispondono anch’essi all’ossimorica esigenza di generalizzare e insieme circostanziare il discorso. Il tutto pensato, non dimentichiamolo, per un pubblico attento sì ma pur sempre “generalista”, che Virzì e Bruni si guardano bene dallo “spaesare”. Accade così che questa sorta di ipertrofia del racconto cinematografico si risolva in momenti dalla densità narrativa elevata e/ma ridondante: si pensi alla figura della madre di Marta; la Morante, in voice over, la introduce connotandola come temuta professoressa di latino e greco, il personaggio della badante si affretta ad aggiungere che i suoi studenti comunque la rimpiangono (è temuta ma stimata – severa ma giusta), lei stessa tesse le lodi del mestiere di insegnante (è dunque una professoressa temuta, stimata, che ama sinceramente il suo lavoro) il suo comodino è sovrastato da una fin troppo alta pila di libri (non solo ama il suo lavoro, ma è una donna “culturalmente attiva” anche nella vita privata), dice alla figlia “prendi la busta sotto la Ginzburg” (sappiamo già che legge moltissimo, ora ci facciamo un’idea anche sul “cosa” legge) e la sequenza si chiude con la sua richiesta di fumare un po’ di marijuana (ultimo tassello, polisemico: è una persona colta, per molti versi “all’antica”, ma anche aperta e moderna – e/oppure – è una persona malata, il suo concedersi “lussi” teoricamente fuori contesto rispetto al personaggio ci fa entrare in empatica sintonia col personaggio stesso, preparandoci alla commozione per la sua morte verso la fine del film). Troppo per un’unica, breve sequenza: presentazione, tipizzazione, de-tipizzazione, problematizzazione, amore per il personaggio. E’ solo un esempio, ma trovo che questa “esigenza di concentrazione esemplificativa” divenga una sorta di qualità coestensiva al film, onnipresente, più o meno illocalizzabile, che certifica la volontà di costruire un testo comunque non banale, a tratti anche colto, complesso e “positivamente contraddittorio” ma comunque accessibile a tutti.

Il successivo La prima cosa bella sembrava un superamento, con definitiva messa a fuoco. Un raccontare fluido, naturale, scevro di ansie da prestazione drammaturgica, popolato di personaggi e vicende armonizzati con naturalezza e un impianto narrativo ricco che non sconfinava mai nell’arricchito. Tutti i santi giorni sembra un’ulteriore  tappa in questo mini-percorso di sottrazione. Due soli personaggi, una storia lineare, poco contorno. Ma sorge, forse, un problema. Il problema è che Virzì è Virzì e rimane virzìano. Il romanzo di Simone Lenzi (co-autore della sceneggiatura insieme allo stesso Virzì e al solito Bruni, nonché cantante/paroliere dei Virginiana Miller) è una sorta di lungo diario in forma di monologo interiore (o viceversa), sicuramente riuscito nel suo restituire l’iperattività verbalizzata di una mente sovraccarica, in continuo movimento, vittima consapevole di dosi variabili di inettitudine primonovecentesca, insonnia forzata, troppe buone letture e contingenze umano-sentimentali “comuni” quanto logoranti. Sostanzialmente infilmabile. E però filmato. Perché la dicitura liberamente ispirato a è fin troppo prudente: per almeno i primi due terzi, il film è fedele a La generazione. Certo non lo può emulare nella forma (il flusso di coscienza e lo specifico filmico non vanno granché d’accordo), né calligrafarlo, se così si può dire, ma tenta di non tra(sgre)dirlo nella sostanza. Lo fa, gli va riconosciuto, rinunciando alla voce over che avrebbe decisamente semplificato le cose. Virzì mantiene intatto il nucleo e non aggiunge troppo, non fa virate sostanziali, a volte cita alla lettera (voglio/vorrei un figlio, alcune sezioni nella clinica), altre tenta parafrasi  iperboliche. Ma, si diceva, è Virzì. E Virzì è abituato a cogliere e restituire l’essenza dei suoi personaggi con pochi, densissimi tratti, producendosi in quei momenti di problematica concentrazione espositiva che si è cercato di descrivere nella lunga e antipatica citazione in apertura. E Virzì in questo è bravo. Forse unico. Anche perché, poi, tutto veniva sempre sublimato in racconti vorticosi, spesso frenetici, che non lasciano il tempo e lo spazio per riflettere sulle inevitabili (e)semplificazioni psicologiche, comunque ascrivibili ai codici del macrogenere di riferimento (la commedia all’italiana).

Tutti i santi giorni, invece, quello spazio e quel tempo te li lascia. E a quei personaggi tratteggiati alla Virzì, altrove perfettamente a loro agio, è dato modo di “mostrare la corda”, se così si può dire, di esporsi a uno sguardo prolungato dal quale non escono compiutamente tridimensionali, pienamente credibili o comunque idonei al “nuovo” contesto narrativo scarnificato che li rende in qualche modo struttura portante. Guido, in particolare, è un’installazione minima del suo omologo romanzesco, del quale costituisce una simpatica ma troppo schematica caricatura, in cui i tratti profondi e, diremmo, sostanziali/esistenziali diventano semplici tic (l’affabulazione forbita e arcaizzante, il nozionismo, le citazioni). Meglio la compagna Antonia, più credibile nella sua naiveté punk(abbestia), mista a forme di ribellione sincera e sprazzi di lucidità, ma anch’essa presto ingabbiata nel suo (pur maggiormente sfaccettato) personaggio. Il resto è il solito, ma assai più sparuto, macchiettismo di lusso, tra momenti spassosi (la visita dal ginecologo del papa) e altri più forzati (il vicinato burino). Ma dove il film veramente sbraca – e ci parla un po’ di sé – è nella coda che segue il “vero” finale del film. Perché Tutti i santi giorni, sembra evidente, poteva/doveva finire dopo la lettura dell’esito negativo della fecondazione assistita; sequenza riuscita, ben recitata e ottimamente giocata su un progressivo allargamento di campo, pur tra eccessive accelerazioni (la fretta con cui la coppia si mette a “parlar d’altro”) e simboli un po’ facili ma efficaci (il totale che chiude la sequenza stessa, col parco giochi, i bambini e i palloncini immersi in un contesto urbano in gentile degrado).

Tutto quello che viene dopo (la fuga di lei, la ricerca di lui, le botte, Jimmy, il cane, il matrimonio, il flashback) è confuso e raffazzonato e, nel suo tardivo cambio di passo in chiave virzìana, stride con un’impostazione che, nei suoi succitati limiti, aveva comunque avuto il coraggio di mantenersi coerente e complessivamente funzionante. Come se Virzì avesse sentito, in extremis, la necessità di fare un passo indietro e chiosare affidandosi al suo cinema più oliato e collaudato. Tutti i santi giorni rimane dunque un film interessante nel suo tentare strade di fatto nuove, per il regista, un tentativo, lo ripetiamo, non perfettamente riuscito e parzialmente abiurato fuori tempo massimo, ma un tentativo lodevole, indice di vitalità, che apre nuove prospettive per la futura filmografia dell’autore livornese. Ultime note musicali: la colonna sonora – spesso intradiegetica – di Thony è gradevole ma derivativa (Cat Power, l’Emiliana Torrini dello splendido Fisherman’s woman), il pezzo dei Virginiana Miller sui titoli di coda, invece, è semplicemente bello. Ma dai Virginiana Miller non c’è da aspettarsi niente di diverso.

Gianluca Pelleschi
Voto: 6
  
(20/10/2012)




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