BOXING DAY

(Boxing Day )

di Bernard Rose
TRAMA

Un uomo d’affari acquista abitazioni pignorate dalle banche, per poi ristrutturarle e rivenderle con grande profitto. Assume un autista per 24 ore per visionare alcuni immobili in una zona di montagna. Ma c’è la neve e la macchina resta bloccata.


RECENSIONI

Bernard Rose chiude la trilogia tolstojana, dopo La morte di Ivan Il’ic e Sonata a Kreutzer, con l’adattamento di Padrone e servo (1894-95). Il regista “estrae” il racconto dalla campagna russa e lo re-installa nei dintorni di Los Angeles, trasformando la festa di San Nicola d'inverno (6 dicembre) nel Boxing Day (26 dicembre), la festività americana in cui si offrono doni ai cittadini più poveri. Girato in digitale e con un extra low budget, come il resto del trittico, il film è contrassegnato da un rispetto scientifico del testo di Tolstoj di cui – seppure in forma contemporanea – ripropone dialoghi e situazioni, tra cui le svolte dell’intreccio e lo scioglimento finale che problematizza la questione e obbliga a rivederne i termini (“Il padrone non è chi pensa di esserlo e il servo non è uno ma tanti”, dice il regista). Ricalcando il dilemma morale di un’opera sul rovesciamento dei ruoli, minore nell’universo dello scrittore, l’autore di Candyman esegue tutto correttamente: dopo un fugace prologo da commedia agrodolce, ecco l’incontro tra l’uomo d’affari e l’autista, il loro graduale conoscersi, l’allontanamento dal centro abitato e lo scivolamento nel paesaggio notturno e innevato dell’entroterra.

La parabola si centra sul rapporto tra i due, focalizzando su particolari minimi e (in apparenza) senza significato; gioca di sponda sull’antitesi (il padrone marito infedele / il servo consorte respinto) e accenna alla contingenza (il link alla crisi economica nell’attività speculativa dell’affarista); frequenta ampiamente il road movie d’oltreoceano sembrando, sotto una certa angolazione, una fusione tra il cinema di genere Usa e il racconto dell’Ottocento. Ma ogni strada americana ha la sua deviazione, lo sa il regista che rinchiude i protagonisti nell’american bar con l’episodio della famelica locandiera. Una trasposizione corretta, dunque, che proprio per questo non vibra: l’impressione è che troppo “rispetto” abbia condizionato il risultato finale, imbrigliandone i punti di ambiguità e le ipotesi potenziali. Aggirate le possibilità che potevano derivare da una variazione sul tema tolstojano, ciò che resta è solo una storia moderna calata nel nostro tempo: storia – va detto – tenacemente sostenuta dalle prove di Danny Huston e Matthew Jacobs, sceneggiatore che debutta dall’altra parte dello schermo.

Emanuele Di Nicola
Voto: 5.5
  
(17/10/2012)




Di Nicola
5.5

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