I BAMBINI DI COLD ROCK

(The Tall Man )

di Pascal Laugier
TRAMA

Giorno dopo giorno, a Cold Rock spariscono sempre più bambini. Corre voce si tratti di un uomo alto e vestito di scuro. Ma qualcuno sospetta che la verità sia un'altra...


RECENSIONI

[Occhio: a fini d'analisi, il testo abbonda di spoiler difficilmente perdonabili, sia di I bambini di Cold Rock che di Martyrs. Nel caso non abbiate ancora visto entrambi, la lettura della recensione è caldamente sconsigliata. Per i film, invece, vale il contrario.]

Prima che un horror, Laugier aveva definito il precedente Martyrs come un film schierato dalla parte degli indiani. Il che significava, prima di tutto, mettere in scena lo scempio inferto a una vittima esemplare, corpo segnato dalle troppe morti, e vivere dal suo punto di vista un genocidio ontologico, agonia assoluta perchè priva di fine o catarsi (di qua e di là dalla vita). Al momento di sbarcare su suolo nordamericano, con I bambini di Cold Rock, Laugier torna a rielaborare il conflitto colonizzatori/nativi calando un apparente dramma familiare in un ingannevole contesto da redneck horror, il filone che meglio ha sfogato il complesso di colpa statunitense invertendo le parti: dove i pacifici e incauti giovani dell'America controculturale erano diventati i nuovi indiani da decimare, i cowboy di un tempo, depositari delle radici razziste e colonialiste della nazione, erano degenerati in macellai psicotici e incestuosi, a loro volta emblemi – per la ferocia posta a difesa della proprietà - di un capitalismo cannibale e marcescente, tanto corrotto quanto accuratamente rimosso dagli schermi (la supposta mostruosità passava così dai pellerossa ai “collirossi”, sudisti rinnegati ed esclusi dal falso progresso). Con Laugier, però, l'indicazione di (sotto)genere si conferma pura convenzione da rivoltare: così come Martyrs, ibrido selvaggio tra Noé e Francis Bacon, sventrava le premesse iconiche da rape & revenge anni '70 per détournare le strategie del torture porn e portarle all'estremo punto di non ritorno, in una declinazione terribilmente seria e sepolcrale del genere (e per questo poco o per nulla compresa), I bambini di Cold Rock ripulisce di gore e stereotipi redneck il plot da horror rurale americano, forzandolo a un'ulteriore sofisticazione morale (i cattivi, o quelli che quantomeno più ci si avvicinano, sono ora gli invasori “civili”, sicari di una loggia d'idealisti che privano i nativi della propria prole – dunque, del futuro - in nome di una presunta superiorità etica), mettendo in discussione la fondatezza di un assunto in sé ambivalente, sfumando la distinzione tra vittime e carnefici e ribadendo una rappresentazione dell'orrore che si dichiara dolorosamente immanente, eppure, anche, futuribile e universale.

Ora, il passo indietro compiuto rispetto a Martyrs è evidente e innegabile. Del resto, dopo un assalto tanto portentoso e oltraggioso all'atarassia/anedonia dominante, la conseguente normalizzazione del cinema di Laugier era, più che prevedibile, inevitabile. Per chi scrive, Martyrs non è stato solo l'unico diamante di paragone emerso dalla recente covata di horror francofoni, ma anche uno degli affronti cinematografici più decisivi dello scorso decennio, un'opera capitale sulla tristezza e sul dolore umano, espressione estatica di un esistenzialismo terminale che lo riportava direttamente, tra i film di quell'anno, alla potenza estetica e riflessiva di Melancholia di Lav Diaz (non è un caso che il regista francese, che confessò di odiare il suo stesso film, abbia sempre descritto Martyrs come un melodramma sulla malinconia e sulla sofferenza, partorito, come il Melancholia di Trier, in un periodo di grave depressione). Ed era un risultato tanto più miracoloso e commovente perchè capace di sbarazzarsi d'un colpo dello stile, stravolgendo il corpo filmico nel suo farsi, aprendolo all'improvvisazione e liberandolo da quella stessa maniera che aveva finito per soffocare il precedente Saint Ange, esordio derivativo e di programmatica timidezza. Con I bambini di Cold Rock ci si trova, al massimo, a un discreto compromesso tra i due film precedenti: lontano tanto dalla visceralità di Martyrs come dall'affettazione di Saint Ange, Laugier raffredda leggermente i toni, rispetta la sovranità dello script e, pur suggerendo alcune libertà d'interpretazione a Jessica Biel (scelta, non a caso, dopo averla vista come scream queen nel remake di Non aprite quella porta, redneck horror 2.0 acconciato da slasher automatico e dissanguato di umori politici), punta a una messa in scena controllata e d'eleganza dimessa, senza sbavature né guizzi (spicca solo, in morbido pianosequenza, la scena in cui la Biel viene accompagnata fuori di casa).

Anche la furia politica ne esce in parte attenuata: se Martyrs, implacabile confutazione dell'intrattenimento sadoludico da torture porn, denunciava, tra le altre cose, l'uso della tortura – e della violenza tout court - per ideali astratti e ragionevolmente occidentali (mentre a venir torturata era una donna di origini arabe, chiaro rimando al rimosso algerino come alle più recenti campagne di guerra), I bambini di Cold Rock, senza mai abbandonare la controversa martire che si ritrova per protagonista, disegna un affresco distopico di adozioni elitarie che, concedendosi il beneficio del dubbio, si limita a contrapporre la violenza radicata nel privato agli abusi occulti perché para-istituzionali, nascosti dietro privilegi di casta e fedi di filantropia borghese. Eppure, la precisione leggera con cui un militante del fantastico come Laugier fa slittare il film fuor di sesto, ribaltando il punto di vista, per resettarsi, contraddirsi e meglio rivelarsi, continua a sembrarmi ammirevole in un panorama di acquisite certezze spettatoriali. Lo è anche in quest'ultimo dramma psicologico, dove il francese sembra mixare, sottotraccia, la storia di Santa Rita da Cascia a Non si sevizia un paperino di Fulci, aggiungendo così un terzo tassello al suo personalissimo martirologio carrolliano, trittico su sante/Alici che sfondano lo specchio per ritrovarsi in incubi senza fondo né scioglimento. In fin dei conti, Laugier è uno dei pochi, oggi, a intendere il fantastico come terreno ideale dove formulare critiche all'esistente e sovvertire i pregiudizi e le aspettative di chi guarda, trasgredendo e reinventando i codici del genere, insistendo a credere nelle potenzialità del racconto e dunque del mondo. Ricorda Shyamalan, in questo: e in modo non troppo diverso dall'autore di The Village (di cui I bambini di Cold Rock pare un rifacimento centrifugo), anche Laugier, se si ostina a rimanere su questo tenore allegorico/moraleggiante dai clamorosi twist ending (nello stile della vecchia serie di Twilight Zone) e ad abbracciare un approccio realista che mantiene il coraggio dell'inverosimiglianza (il razionalismo del fantastico nolaniano è, vivaddio, da qui lontanissimo), difficilmente troverà reazioni che non siano di sbeffeggio o di sufficienza. Nell'horror post-Scream, si sa, drenare d'ironia e caricare di tensione morale è peccato mortale.

Dario Stefanoni
Voto: 7
  
(14/10/2012)




BarattiBaronciniDi NicolaFavaraPacilioRangoni MachiavelliSangiorgioStefanoni
7.5 7 6.5 6.5 7 7.5 7 7

Back