PASSION

(Passion )

di Brian De Palma
TRAMA

Christine possiede la naturale eleganza e la disinvoltura tipici di una persona che ha denaro e potere. Innocente, bella e facilmente influenzabile, la sua protegée Isabelle la ammira ed è piena di idee innovative, che Christine ruba senza scrupoli. Dopotutto fanno parte della stessa squadra... Christine prova piacere nell’esercitare il controllo sulla giovane, trascinandola poco a poco in un gioco sempre più torbido di seduzione e manipolazione, dominio e umiliazione. Ma quando Isabelle va a letto con uno degli amanti di Christine, comincia la guerra. La notte dell’omicidio, Isabelle è a teatro, e Christine riceve un invito seducente. Da parte di chi? Christine adora le sorprese; si dirige nuda all’incontro con il misterioso amante che la aspetta nella camera da letto...


RECENSIONI

Avvertenza

Nella recensione non si è reticenti su nulla, identità dell’assassino compresa.
Se avete visto Crime d’amour della trama sapete già tutto, ma non sapete come De Palma ci ha lavorato su e forse è cosa che amereste scoprire da soli.
Se non avete visto Crime d’amour sicuramente non sapete chi è il colpevole, ma, se amate De Palma, forse non ve ne importa granché.

Remake

Parte dal film di Corneau (l’ultimo prima della morte) Crime d’amour, Brian De Palma, per farne un remake alla sua maniera, in cui il testo di partenza è una base sulla quale applicare il suo linguaggio, le sue fisime, la grammatica hitchcockiana sempre irrinunciabile. De Palma non ha una major ad appoggiarlo, gira a basso budget e in digitale, un lavoro di palese profilo basso perché, come Coppola, ha saputo adeguare, senza inutili lamentazioni, il suo cinema alle condizioni contemporanee, profittando anche della velocità e dell’economia del nuovo corso. Ce lo dice De Palma e lo fa nel solito modo, col film: come interpretare sennò quell’iniziale, sfrontato product placement Apple? Invece di farlo scivolare con nonchalance De Palma ci si sofferma, mette la mela a tutto schermo, ancora una volta pone il discorso autoreferenziale al centro della faccenda, non nasconde nulla: sto girando finalmente un nuovo film, prendo i soldi dove posso.

Reboot

Un nuovo film che è poi un suo vecchio film (il thriller, l’erotismo, il lesbismo, le donne che vivono due volte, lo split screen, Pino Donaggio) alle attuali condizioni, un reboot, un ridisegnarsi all’interno dell’ipertecnologico mondo moderno in un gioco ultraconsapevole fino all’autoparodia (e diremo perché). L’acting è basico: innaturalismo porno; le scelte visive sono leggibilissime: elementarità da produzione via cavo d’antan (una prima parte algida e stilizzata, visivamente asettica, fa spazio a un registro completamente differente non appena il film prende la piega thriller, con inquadrature sghembe, penombre studiate per tingere le sequenze d’inquietudine); il tasso di doppi, di cui il suo cinema si è sempre nutrito, segnala un’alta densità: la bruna e la bionda sono ovviamente le facce della stessa medaglia, le circostanze le pongono in una situazione gerarchica precisa che impone a ciascuna di comportarsi secondo il suo ruolo, ma se fossi tu al mio posto faresti lo stesso (Christine) e ancora ho fatto quello che tu avresti fatto (Isabelle), a dire che le posizioni sono interscambiabili, che sono l’una il body double dell’altra, che il remake è questo, ma funzionerebbe ugualmente anche a parti invertite: così Isabelle, per ammazzarla, si traveste da Christine (la donna di cui vorrebbe vivere la vita, parafrasando Snake Eyes), indossa la maschera che la ritrae e che la bionda usa per i suoi partner per illudersi di far l’amore con se stessa. E così la sorella gemella, ipotizzata come frutto della fantasia menzognera di Christine, diventa nel finale effettiva, il pianto della bionda scaturito da un ipotetico senso di colpa, riletto, diventando possibilmente autentico, il riso di Isabelle, a contrasto, rimanendo palesemente finto (una pessima performance).

Split screen

Si capisce allora il motivo per il quale De Palma ha voluto, a differenza dell’originale francese, le due protagoniste coetanee. Si capisce perché inverta i dati cromatici (la bionda al posto della bruna - lì Kristin Scott-Thomas -, la bruna al posto della bionda - lì Ludivine Sagnier -, a scompaginare gli equilibri una rossa - lì era un uomo -): perché la passione è puramente masturbatoria, di lesbico avendo solo il riferimento iconico depalmiano; perché l’una e l’altra pari sono; perché le due donne sono innamorate di se stesse; perché vedono ciascuna nell’altra l’occasione per amarsi, idolatrandosi in un altro corpo.
Ma perché mentre nel film di Corneau la colpevolezza di Isabelle è svelata fin dall’inizio - essendo il discorso imperniato sulla sua strategia per ottenere lo scagionamento - De Palma preferisce trasformare il film in whodunit classico? La risposta è nella sequenza chiave: lo split screen è la trappola verso la quale De Palma stava attirando il pubblico. Se sapessimo già tutto, se sapessimo, come nel film di Corneau, che Isabelle è colpevole, quello split lo comprenderemmo subito diacronico. Invece no, De Palma lo costruisce facendo sembrare le due sequenze simultanee: De Palma riporta sullo schermo la versione di Isabelle, l’alibi costruito per ingannare la polizia [1]. E il film, dicendo il falso (cfr. Paura in palcoscenico di Hitchcock), inganna lo spettatore.

Doppi (e) inganni

Nell’inganno la chiave di volta, dunque: la pellicola si traveste due volte, doppiamente mostrando identità posticce, doppiamente esibendo false credenziali. La prima maschera che indossa è quella del remake con variazioni: il canovaccio di Crime d’amour, pur chiazzato di macchie depalmiane (l’update tecnologico, l’accresciuta specularità dei personaggi, il palesamento della tensione omoerotica), è sostanzialmente mantenuto e rispettato, come fosse il filtro necessario a distanziare e opacizzare il discorso diretto. La seconda maschera, indossata a metà esatta, ha invece le fattezze del brand De Palma: ostentato con stilemi ultrariconoscibili, il marchio di fabbrica autoriale si fa talmente insistito e sottolineato (oltre allo schermo scisso, le angolazioni marcate, i plateali movimenti di macchina) da sconfinare in tratto autocaricaturale, in fragoroso e squillante hitchcoko-depalmismo (le scarpe verdi della “gemella che visse due volte”, il fraseggio nervosamente herrmanniano di Donaggio). Ancora un filtro, insomma, un altro velo che si frappone tra la materia e la sua enunciazione, che nasconde il film dietro telai prefabbricati. E poi il proliferare di percorsi onirici che si aprono e chiudono con cronometrica incoerenza, a dirottare definitivamente la pellicola nei meandri di un mistero che corteggia il surreale, trascinando la protagonista e lo spettatore in un vortice allucinatorio che risucchia la veridicità stessa degli eventi (l’ultima inquadratura: Rapace trionfo del ‘sogno o son desto?’).

Passion: impossible

Il gioco mistificatorio potrebbe suonare soltanto come innocua e sorniona autoironia e invece tuona, rimbomba di assoluto sconforto, di macerante sfiducia nei confronti della rappresentazione. L’inganno si smarca così dalla dimensione del divertissement per farsi ghigno macabro sull’impossibilità di una rappresentazione immediata, diretta, innocente: Passion Redacted. O meglio Passion: Impossible.


[1] Se in Crime d’amour Isabelle si crea l’alibi andando al cinema, De Palma glissa la prevedibile deriva autoreferenziale e spiazza tutti trasformandolo in una soirée teatrale, il balletto Afternoon of a Faun di Jerome Robbins (1953).
BDP: Tratta del bacio della morte: Isabelle bacia Christine come un boss mafioso bacerebbe qualcuno che sta per morire. E nella coreografia di Jerome Robbins, basata sul famoso pezzo di Debussy, il danzatore bacia all'improvviso sulla guancia la ballerina, in un certo senso violandola, così come Isabelle viola Christine.


Luca Pacilio & Alessandro Baratti

 
Voto: 8
  
(07/10/2012)




BarattiBaronciniBilliDi NicolaFavaraPacilioSangiorgio
8 6.5 4 8 6.5 8 10

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