POSTA GROSSA A DODGE CITY

(A big hand for the little lady )

di Fielder Cook
TRAMA

A Dodge City, tutti gli anni, i cinque uomini più ricchi dello stato si incontrano per una partita a poker a porte chiuse, con poste enormi. Passa in città con la propria famiglia, per caso, Meredith, che ha promesso alla moglie di non giocare più ma, a insaputa di quest’ultima, punta a quel tavolo tutti i risparmi.


RECENSIONI

Il regista televisivo Fielder Cook, ogni tanto, cercava di portare all’attenzione del pubblico cinematografico, da regista e produttore, i validi teledrammi che gli passavano per le mani (qui traspone l’episodio, da lui stesso diretto, Big Deal in Laredo della serie ‘The DuPont show of the week’). È curioso che lo script di Sidney Carroll (non a caso, l’autore di un altro dramma “sportivo” come Lo Spaccone) abbia molti punti di contatto con l’altra sortita di Cook su grande schermo, riuscitissima (e dimenticata), I Giganti Uccidono: entrambe sono un potente ‘j’accuse’ al sistema capitalistico (la partita a poker ne diventa un’allegoria: con la migliore mano del mondo, se i ricchi rilanciano, ti strozzano comunque); entrambe, come teledramma vuole, amano chiudersi fra quattro mura e giocare di forte tensione. Se la regia è un po’ scolastica nella messinscena (televisiva), è d’altro canto ammirevole nel disegnare personaggi e dirigere gli attori (ottimi Jason Robards, il più bastardo; Kevin McCarthy, viscido paladino della donna per interesse; Henry Fonda, in un ruolo diverso dal solito, sudaticcio, insicuro, mite, ”drogato”): purtroppo, non funziona l’accostamento di due colpi di scena nel finale. Il primo è valido, coerente con l’allegoria messa in atto (la banca, impersonata da un grande Paul Ford, viene incontro al piccolo risparmiatore contro i giganti che uccidono), poteva chiudere l’opera e farne un piccolo film di culto, azzeccato nel difficile equilibrio fra toni scanzonati e tragedia (la parte iniziale è tesissima, giocata sulla “malattia” di Meredith, con il figlio che gli fa da grillo parlante; la seconda parte si fonda più sulla farsa). S’è voluto, invece, strafare con un secondo coup de théatre che ribalta tutte le carte messe in tavola per fare “la stangata”, rinnegando anche certi valori sottesi, come quello del cinismo dei potenti toccato dalla rettitudine (del personaggio di Joanne Woodward). Peccato.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 6.5




Rangoni Machiavelli
6.5

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