I'M STILL HERE

(I'm Still Here )

di Casey Affleck
TRAMA

Due anni nella vita dell’attore Joaquin Phoenix, a partire dall'annuncio dell'abbandono della carriera cinematografica nel 2008 per tentare la strada dell’hip hop.


RECENSIONI
Siamo sicuri che il mondo giri intorno a Joaquin Phoenix?

Nell’autunno del 2008 Joaquin Phoenix annuncia il suo ritiro dalle scene dopo una carriera ben avviata e l’Oscar sfiorato due volte, per Il gladiatore e Quando l'amore brucia l'anima. Se il mondo continua ad andare avanti, non pare così per il giovane talento in ascesa che inizia, infatti, un brusco declino, documentato accuratamente dal cognato Casey Affleck. Oltre che parente acquisito, forse, anche amico. A guardare il risultato l’interrogativo si pone, perché Phoenix ne esce veramente a pezzi. Ci si trova infatti di fronte a un uomo incapace di gestire il proprio successo, affetto da una sorta di delirio di onnipotenza che lo porta a una immotivata superiorità con cui è incapace di scendere a patti. Se all’eccesso di autostima, che probabilmente nasconde fragilità e insicurezze, si aggiunge l’uso continuo di cocaina, altre sostanze stupefacenti e alcool, il quadro del maledetto d’accatto è servito. Affleck resta quasi sempre in disparte filmando tutto ciò che il poveretto fa e dice, il più delle volte a sproposito, e lo stile sensazionalistico che adotta avvicina il suo tallonamento visivo più al mondo dei reality che al documentario tout-court. Una sorta di viaggio, attraverso il buco della serratura, nella via crucis di una star, titillando con malizia il voyeurismo del pubblico. Roba da far sembrare un intellettuale il divetto annoiato e noioso di Somewhere di Sofia Coppola.

Dispiace vedere un talento comprovato sprecato in tal modo, ma è più interessante capire cosa il documentario vuole comunicare, dove vuole arrivare, come si pone nei confronti degli spettatori al di là di quello che mostra. Le recenti dichiarazioni di Affleck al New York Times, ma non al festival di Venezia dove l’opera è stata presentata in anteprima mondiale (insospettendo i più), hanno sciolto ogni dubbio: “È tutto falso, è la performance definitiva della carriera di Phoenix!”. Un inganno bello e buono, insomma, con anche pretese intellettuali per giunta (il cannibalismo dei media, il potere delle immagini, il confine sottile tra verità e finzione, bla bla bla), ordito nei confronti del pubblico frescone che non ha modo di capire l’inganno. Nonostante Casey abbia aggiunto “non volevamo prendere in giro nessuno, volevamo creare uno spazio, farvi credere che quello che accadeva fosse reale”, la sensazione è proprio quella di essere stati presi in giro. È abbastanza ovvio che attraverso la manipolazione dei mezzi di comunicazione puoi far credere qualunque cosa, l’ha dimostrato Orson Welles nel 1938 terrorizzando l’America con l’annuncio radiofonico dello sbarco dei marziani, e lo viviamo sulla nostra pelle leggendo i giornali ogni giorno. Non c’era certo bisogno di un nuovo martire che buttasse nella spazzatura un paio di anni della sua vita per rendere l’evidenza ancora più palese. E se invece queste dichiarazioni fossero un modo per organizzare un rientro in grande stile della star, prima davvero caduta e poi risorta (copione che Hollywood ama da sempre)? Stando a ciò che è dato vedere, pensare che sia tutta una montatura è un po’ difficile. Se fosse all true, però, resterebbe ambiguo il ruolo di Affleck, un amico che ti crocifigge pubblicamente. Potrebbe anche essere che un progetto costruito a tavolino sia poi uscito dal ragionevole e che il personaggio abbia finito per prevalere sull’uomo. Mah, chissà com’è andata veramente! Diciamo, comunque, che vero, falso o ibrido che sia, dormire sonni tranquilli non sarà impossibile.

Luca Baroncini
Voto: 5
  
(06/10/2010)



COMMENTI

Nel 1851 il New York Globe scriveva di Moby Dick: “L’autore non ha concesso alla sua qui presente fatica il beneficio di sapere se si tratti di storia, autobiografia, cronaca o fantasia”. L’indeterminatezza dei confini tra fiction e non fiction ha fatto sempre irritare molta gente. Eppure gli scambi tra vita e romanzo, tra resoconto e invenzione, tra finzione e realtà hanno attraversato la storia della cultura e delle arti, per secoli. E pur tralasciando l’innegabile constatazione per cui qualsiasi rappresentazione della realtà (in parole, in immagini statiche, in immagini in movimento, in qualsiasi forma) è, di per sé, cosa diversa dalla realtà medesima (sempre che esista, insomma), è banale concludere che qualsiasi documentario, qualsiasi autobiografia, qualsiasi reportage – per quanto sobrio, neutro e autenticamente mimetico – contenga degli artifici: punti di vista, omissioni, struttura, montaggio (nel migliore dei casi); oppure stile, interpretazioni, parafrasi, rielaborazioni, sintesi, integrazioni.
Non c’è bisogno del saggio-manifesto di David Shields (Reality Hunger), in cui peraltro si trova quella citazione su Melville, per poter diagnosticare agli occidentali dei nostri giorni una acutissima fame di realtà. Forse il diffondersi di finte autobiografie, di reality show, di sampling e di documentari di ogni razza conferma questa diagnosi. Anche se c’è sempre stata qua e là nella letteratura, nell’arte e nel cinema una tendenza ad accorciare le distanze tra la rappresentazione di qualcosa e il suo accadere indipendente nel mondo reale. Come c’è sempre stata la tendenza a trasfigurare, camuffare, sporcare e fare delle enormi caricature di quel che c’è nel mondo – o addirittura di quel che nel mondo neppure c’è. È sicuramente noioso, nel 2012, filosofeggiare in generale su fatti, rappresentazione, autenticità, verità.

Casey Affleck, però, decide di esordire alla regia cimentandosi con la questione e di farlo con un esercizio esorbitante che dilaga nella vita reale (o quantomeno nella sua rappresentazione televisiva), trasformandosi in un’enorme burla à la Andy Kaufman – o, se siete inclini a infiorettare concetti complicati su questo film, in un esperimento sulla persona dell’attore e sulla sua distruzione programmata.
I’m still here parte da ottime idee: un attore (notevolissimo) come Joaquin Phoenix mostra se stesso nella lotta tra il sé autentico (che vive col suo assistente generale Anton, incontra altri attori famosi, è quasi sempre strafatto ed è in preda a una grave crisi esistenziale) e il suo alter ego attoriale. Decidere di distruggere un divo (o qualcosa che ci assomiglia) e mettere in pratica il delitto sotto l’obiettivo di una videocamera è un’impresa degna di interesse. Anche se l’atto è, com’è stato poi confessato in questo caso, meramente simbolico e ipotetico.
Può essere divertente rivedere la scena al Letterman’s Show, probabilmente la più riuscita scorribanda di questo progetto fuori dai confini della messa in scena nel senso più stretto. Può essere divertente anche leggere la recensione di Roger Ebert, che è tutto turbato e preoccupato dal baratro in cui Phoenix sembra sprofondare e si augura che non faccia la fine del fratello. E probabilmente la misura della buona riuscita di un progetto del genere va trovata proprio nelle reazioni che ha suscitato fuori di sé, piuttosto che nell’oggetto audiovisivo in sé. Quest’ultimo, invece, ha qualche buon momento (e tutta la storia dell’hip-hop è abbastanza spassosa), ma in generale è parecchio noioso, zeppo di riprese sgangherate, provocazioni da quattro soldi (abusi verbali, cocaina, sesso con prostitute, nudità maschili a profusione e persino Anton che defeca in faccia a Phoenix mentre lui dorme) e un finale disarmante per la sua retorica banale. Ma, soprattutto, manca una qualche significativa illuminazione che possa riscattare la cosa.
Saputo che il film è una bufala, rimane la robusta prova attoriale del protagonista, che s’impegna anima e corpo in un suicidio della sua persona drammatica inscenando – da attore drammatico – l’autodistruzione della sua persona reale. Ma tolta l’arguzia del giochino (e la bravura di JP), resta lo spreco di una buona idea.

Roberto Tallarita
Voto: 6
  
(27/07/2012)




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