THE INCITE MILL - 7 DAY DEATH GAME

(Inshite miru: 7 - kakan no desu gêmu )

di Hideo Nakata
TRAMA

Dieci sconosciuti, per una somma di 117.000 yen, accettano di partecipare a un esperimento: trascorrere sette giorni in una struttura, la Paranoia House, dove saranno costantemente osservati da telecamere.


RECENSIONI
Cluedo

Al Festival di Roma 2010 la sezione Occhio sul mondo si è concentrata sul Giappone contemporaneo. All’interno di questa, insieme a pellicole come l’apprezzato Toilet di Naoko Ogigami, si è avuta l’occasione di vedere il film più recente di Hideo Nakata. Cineasta oscurato in Italia, dopo il breve periodo di fama legato a Ringu (1998), Nakata è poi passato nelle nostre sale con l’“auto-remake” americano di The Ring 2 (2005). In realtà, negli ultimi anni ha continuato una filmografia vasta e sfaccettata con due film solo nel 2010, questo e Chat Room. In The Incite Mill il regista giapponese costruisce una coniugazione tra Dieci piccoli indiani – citato esplicitamente nelle statuette che rappresentano i protagonisti – e il reality horror post-grandefratello in stile Contenders – Serie 7. Attraverso un tessuto di rimandi e citazioni diegetiche, in cui i personaggi parlano tra loro specificando i romanzi cui si riferiscono, Nakata fa un gioco chiaro: è un omaggio al genere giallo, in tutte le sue forme e declinazioni, tra cui il Cluedo “umano” a cui si prestano i soggetti coinvolti (di volta in volta devono individuare detective, assassino ecc.).

In questo modo, si innesta una riflessione evidente sull’essenza stessa dei personaggi che – come ogni giallo - si scambiano vorticosamente di ruolo, uccidono o vengono uccisi, sono sospettati… L’impostazione evidentemente “meta”, dunque, conferma il regista come profondo conoscitore dei generi, tanto da applicarli e allo stesso tempo esplorarne le pieghe, ripensarli e scherzarci sopra. Come rovescio, purtroppo, il tono complessivo alterato e demenziale, più che la padronanza del film mostrata in passato, ricorda alcune pellicole sbilanciate e deliranti di Takashi Miike, dove il grottesco non trova punto di equilibrio e suona fine a sé stesso. A livello di plot, poi, si limita riproporre la trovata del thriller in diretta: la trama presto si arrende a un’equa ripartizione dei caratteri (andiamo dall’alcolizzato alla doppiogiochista), a continui colpi di scena che il doppio livello di lettura non basta a giustificare. Infine, come postilla morale del racconto, in chiusura l’autore sembra addirittura insinuare concetti come “voglia di vivere” e “fiducia nel prossimo” (per questi l’ultimo indiano si salva): una svolta che, se da una parte propone un messaggio attenuando la riflessione sul meccanismo, dall’altra fa venire il dubbio che il surviving di Nakata sia meno coraggioso e più edificante di quelli dei colleghi americani.

Emanuele Di Nicola
Voto: 5.5
  
(03/12/2010)




Di Nicola
5.5

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