CASOTTO


di Sergio Citti
TRAMA

In un casotto sulla spiaggia di Ostia si avvicendano un sacerdote inglese, due ragazzi con prede femminili, una coppia in cerca di marito per la nipote incinta, due atletici militari…


RECENSIONI

Il braccio sinistro e consulente gergale di Pasolini imprime su fotogramma un cinema del tutto personale: partendo da un’umanità di poveri diavoli, rappresentata in modo insieme naïf e colto come faceva il suo maestro (c’é anche Ninetto Davoli, in un ruolo pasoliniano da “folletto”), giunge ad un registro grottesco caustico, favolistico, provocatorio e sessualmente libero alla Ferreri, con una visionarietà “circense” felliniana per la deformazione dei personaggi (il “sogno” di Gigi Proietti, però, non è molto inventivo). Lontano da qualunque pretesa intellettualistica, sta sul versante boccaccesco, finanche pecoreccio, ma senza scadere mai nella trivialità gratuita e ammiccante della peggior commedia scollacciata all’italiana, scoprendo una zona franca dove supera i limiti espressivi di uno e dell’altra, quelli che impediscono di andare oltre al rappresentato. Cavalca un linguaggio volgare e licenzioso che diventa sia rappresentazione realistica originale sia atto eversivo potente, nonché mezzo di divertimento grasso fra preti con due peni (“In fondo sono come noi, no?”: vena anticlericale), donne libidinose, pervertiti masochisti peso-massimo (Tognazzi che gira con una cintura di castità alla ricerca di “tentazioni”) e impacciati con le palle fuori dal costume (Michele Placido). Trasforma i “bisogni” corporali in “sogni” metaforici, mira a mettere a nudo (in tutti i sensi) un’umanità squallida, falsa, cinicamente divisa in puttane e puttanieri, a dare un referente acido e feroce ad ogni carattere e situazione bizzarra (il “mister” che allena una squadra femminile e gode nel sentire urlare “Culo!”; i militari vanesi ma col pene piccolo; i nonni farabutti), con un talento di scrittura e messinscena notevole nei bozzetti, nella fauna in passerella e nella scelta anticonformista di girare tutto il film in un casotto (cabina pubblica grande) al mare, osservato da panoramiche circolari in prologo ed epilogo, con “aperture” voyeuristiche verso l’esterno attraverso due fori nella parete. In questo ca(o)s-otto, il cane, in un’allegoria perfida, inghiotte il suo simile più piccolo e resta “solo come un…”. Le risate di Franco Citti e Gigi Proietti (grande quando suona la tromba con le mani) sono trascinanti.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 7.5




Rangoni Machiavelli
7.5

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