WHITE MATERIAL


di Claire Denis
TRAMA

In un paese africano, mentre l’autoctono “Boxeur” guida la rivolta del suo popolo contro l’antico colono, una donna francese lotta contro il tempo e contro la Storia per salvare la propria piantagione di caffè.


RECENSIONI

A vent’anni di distanza dal film d’esordio, Claire Denis torna nel suo continente natale, l’Africa. Pronto da due anni, White Material sconta forse le conseguenze di un eccessivo investimento economico ed intellettuale, quello che generalmente si accorda ai “film di una vita”. Infatti, limite che sarebbe un pregio altrove, White Material è programmatico laddove Chocolat, opera prima della Denis, era geometrico. La Huppert, pedinata dallo “sguardo addosso” dell’autrice, sovente colta di spalle, è rimarchevole come d’uopo. L’attore feticcio Isaach de Bankolé, indimenticabile “Boy” di Chocolat, resta stranamente una figura sullo sfondo, appena abbozzata. Pur riconoscendone l’efficace resa drammatica e un’apprezzabile “ruvidità” quasi antidrammatica – soprattutto nel finale, dove il crescendo narrativo non sfocia, come ci si attenderebbe, in un ampio e risolutivo epilogo ma in un solo atto di violenza interrotto bruscamente – in White Material l’autrice di J’ai pas sommeil non riesce a far vibrare di vita e di verità i suoi personaggi, troppo “scritti” e troppo palesemente incarnanti un atteggiamento ostinatamente tardocolonialista o inverosimilmente postcolonialista; la metamorfosi radicale del figlio di Maria, ad esempio, è troppo repentina per non risultare posticcia, così come il lassismo degli uomini, a cui si oppone l’abnegazione femminile, con tanto di slanci alla Rossella O’Hara, è troppo programmaticamente “di genere”. Se in Chocolat i conflitti cultural-identitari trascoloravano presto in opposizioni esistenziali (mondo dei vivi, mondo dei morti), quindi universali (al di là degli eventi e degli spazi storico-geografici di riferimento), qui restano ancorati alla datità, ai fenomeni. White Material è dunque “solo” un’appendice o variazione sul tema del precedente capo d’opera: non uno sviluppo, piuttosto un “avviluppo” che nulla aggiunge al predecessore.

Manuel Billi
Voto: 7
  
(25/10/2009)




BarattiBilliCompianiDi NicolaFavaraPacilioSangiorgioStefanoni
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