DE LA GUERRE - DELLA GUERRA

(De la Guerre )

di Bertrand Bonello
TRAMA

Bertrand, regista, deve combattere la sua crisi.


RECENSIONI

C’è aria di autobiografia: il protagonista, Bertrand, è un regista che, dopo aver girato un film con Laurent Lucas (non può che essere Tiresia: nella sua casa se ne intravede la locandina) sogna di girarne un altro il cui protagonista, pieno di incertezze, cambia idea su ogni cosa (non sa se tacere o parlare, se amare una o molte donne, se tenersi in forma o lasciarsi andare), e pensando ogni giorno una cosa differente si trova in mezzo al nulla, finendo lentamente con lo sparire. Diventare un fantasma. Questo è il racconto che Bertrand stesso fa del film che ha in testa nell’incipit di De la guerre: la sua idea è che il protagonista della pellicola da girare sia ossessionato dalla morte e da tutto quello che la concerne. Effettuando allora un sopralluogo in un negozio di onoranze funebri da usare come location, Bertrand rimane rinchiuso accidentalmente in una bara per un’intera notte. Uscitone, afferma di aver vissuto un’esperienza estatica, sublime.
Quanto gli avvenimenti che seguono all’apertura della bara appartengano alla realtà, quanto appartengano a una dimensione parallela, onirica o (perché no) post mortem non è dato sapere poiché da quel momento il film sembra inanellare diversi livelli che si spiralizzano e che tendono a dare forma filmica al progetto che Bertrand/ Amalric (come Bertrand/ Bonello, del resto) ha teorizzato all’inizio della pellicola.

Allora, riassumendo: De la guerre parla di Bertrand, un regista in crisi che, indeciso sul da farsi, non avendo certezze sulla direzione da prendere - nella sua vita come nel suo lavoro - vive un momento di totale impasse e sparisce alla vista di tutti, come succede al protagonista del film che ha in testa di realizzare. L’incidente della bara lo cambia profondamente e l’incontro con il misterioso Charles lo porta infatti fuori città, al’interno di un maniero (il Regno) in cui vive una comunità diretta da Uma, una giovane santona italiana.

De la guerre porta dunque in scena una crisi intima, la rende leggibile attraverso una disinvolta metafora visiva: il protagonista, che non ha più passioni né certezze, ma solo apatia e dubbi, compreso che per riottenere il piacere e l’entusiasmo deve combattere (le plaisir doit se gagner comme on gagne une guerre) si prepara, al conflitto interiore che dovrà affrontare, attraverso una severissima disciplina: riconquistare il proprio corpo, il proprio spirito, la propria vita in balia di un horror vacui travolgente, diventa l’obiettivo di una missione che affronta in un’azione nella boscaglia, in solitudine, combattendo contro gli schemi di una esistenza diventata indecifrabile melma, per arrivare a liberarsene attraverso un bagno purificatore (Bertrand, all’inizio del film annuncia di non saper nuotare, ciò conferma come la scena del lavacro appartenga ad una dimensione altra).

De la guerre, film tremendamente astratto (persino lo scandire dei capitoli del testo di Von Clausewitz – De la guerre, appunto - risulta incompleto e frammentario), ma anche incredibilmente vivo, è opera liberissima che deraglia dalle convenzioni e dalle logiche narrative, che non concede nessuna spiegazione allo spettatore, sconcertandolo di continuo e conducendolo in un vortice sensoriale in cui il comprendere non è richiesto né decisivo. L’ambiguo evolversi  della dimensione narrativa è reso attraverso un uso incredibilmente ipnotico della macchina da presa che scandaglia gli ambienti, vi penetra chirurgica, li perlustra con un occhio che intuiamo mentale. Pur operando in un ambito fortemente personale e addentrandosi negli abissi di un'anima in travaglio, ciò che sorprende della pellicola è il tono distaccato, la sua pacatezza, la smorzata ricercatezza di una messa in scena che sublima, nella sua algida morbidezza, la tendenza del regista al sovraccarico di elementi, all’abbondanza di tracce, segni, motivi, citazionismi.

In questo senso gioca un ruolo non secondario la predilezione per un sommesso umorismo, la divertita constatazione dell’evoluzione degli eventi, un’ironica cinefilia, molto presente, ma assai giocosa (Bertrand, all’appuntamento preso con due prostitute preferisce eXistenZ di Cronenberg in TV;  il protagonista ammette di non aver mai visto un film dell’orrore per la paura del ridicolo, Non c’è niente di ridicolo, sentenzia Uma/ Asia Argento, figlia di Dario; la geometria degli interni, il disporsi pittorico delle figure ricorda Salò; il rituale della comunità/setta fa pensare a Eyes wide shut; la scena nella boscaglia ha riferimenti ad Apocalypse Now tanto ostentati da apparire quasi parodici etc).
Contribuisce all’esito l’interpretazione stupefatta di Mathieu Amalric, sintonizzato a dovere sull’onda egotica di un autore che non pone limiti al suo lucido delirio, lasciando andare il suo cinema in molte direzioni, tutte tentandole con un disincanto e una sana voglia di sperimentare; in tal modo procedendo, il film di Bonello, pieno di sequenze da mandare a memoria, si propone come un relativo azzardo, benedetto com'è da un rigore e da un talento visivo fuori dal comune.

Luca Pacilio
Voto: 9
  
(02/06/2012)




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