BRAINSCAN - IL GIOCO DELLA MORTE

(Brainscan )

di John Flynn
TRAMA

Il sedicenne Michael prova un nuovo videogioco interattivo, “Brainscan”: il protagonista è un killer spietato. Scopre in seguito che le sue vittime sono morte (anche) nella realtà.


RECENSIONI

La carriera del dimenticato (peggio: mai notato) John Flynn ha subito un’evidente involuzione negli anni novanta, ma le premesse di questo horror girato in Canada erano ottime: la sceneggiatura è dell’esordiente ma di futura gloria Andrew Kevin Walker (Seven), il budget per trucco ed effetti speciali (digitali) è decente, Flynn, pur neofita del genere, ha sempre avuto una vena felice nel cinema violento, incubale, segnato dalla solitudine. Purtroppo, lo script non è il solito, sciocco prodotto di paura per adolescenti, ma fa di tutto per sembrarlo, fra cliché, timore di osare, banalità concettuali sulla “metà oscura”, amori impossibili e (brutto) finale consolatorio. Più Morte a 33 Giri (dove il killer “rock” invadeva la vita dell’adolescente attraverso un vinile) che Nightmare, comunque alla moda, la buona idea di partenza ha una maschera malvagia (Trickster, interpretato dall’ottimo T. Ryder Smith) simpaticissima, al passo con i tempi (il film s’ispira al videogioco “Brainwaves”). La regia è capace di suggestioni conturbanti (il gioco voyeuristico fra i due “piccioncini” alla finestra), sa esaltare la cupezza di fondo del racconto, incentrato su di un ragazzo malinconico, zoppo, vittima di un trauma psicologico, attratto dal suicidio, ora intrappolato nella “soggettiva virtuale” di un serial killer. Flynn cerca anche lo studio di costume per un apporto edificante, nel momento in cui non strumentalizza la rappresentazione dell’universo dei teenager, alla ricerca d’immedesimazione con il target cui si rivolge, ma ne analizza l’immersione nella tecnologia, la fascinazione per l’horror (molte le citazioni cinematografiche), i videogame truculenti e la musica “nociva” (il soundtrack spazia dai White Zombie ai Mudhoney, ma Trickster ama “Welcome to this world” dei Primus), nel tentativo di accompagnare lo spettatore a una critica presa di coscienza. Per le dissertazioni sul fascino del Male, sul potenziale gusto malsano nell’impersonare un assassino, poteva imboccare la strada del “cult maledetto”: preferisce affogarsi negli schemi innocui di routine, anche a scapito della verosimiglianza.  

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 6




Rangoni Machiavelli
6

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