BATTLESHIP

(Battleship )

di Peter Berg
TRAMA

Per salvare il pianeta da un attacco alieno, l'esercito americano sguinzaglia la Marina. All'ammiraglio della Marina Shane va il compito di coordinare le operazioni delle due maggiori navi da guerra, affidate ai comandi dell'ufficiale Alex Hopper, il fidanzato della figlia Sam , e dell'ufficiale comandante Stone, il fratello maggiore di Alex.


RECENSIONI

Sembrava intrigante l'idea di trasporre in film un gioco da tavola tanto basico e astratto come Battaglia navale, archetipo ludico su cui si sono poi sedimentate progressive sofisticazioni, e delle quali la co-produzione Hasbro-Universal non è che l'ultimo protendimento narrativo e (s)drammatizzato, stadio terminale di tecnofilìa e pleonasmo. Era ovvio, però, che Hollywood imponesse un minimo di contegno industriale: cinema delle attrazioni sì, ma la quintessenza action del gioco va governata, irregimentata; serve che il commercial Hasbro vada espanso a kolossal patriottardo. Ed è la prima delle disgrazie di Battleship, non potersi accontentare delle sue sole esplosioni. La seconda, prova di un disincanto tattico ormai di tendenza, è che il film-giocattolo va transformerizzato con cautela, e questa cautela passa per (auto)ironia. Alla virgolettatura postmoderna, con cui dissimulare l'intrattenimento regressivo (per meglio facilitarne la digestione consapevole), s'accompagna poi il disperato nostalgismo di chi è a secco di soggetti, stile e idee. Così, Peter Berg, stratega del basso imbonimento hollywoodiano (eletto, da alcuni, a camaleontico autore), ammassa molti dei principi spettacolari da (nave)scuola MichaelBay in un unico ipertesto derivativo e menomato: dei Transformer replica il design macchinico e gli avanzati contorcimenti di metalli e pixel, di Pearl Harbor ripropone la retorica marinaresca e gli scontri navali da show guerrafondaio, di Armageddon ribadisce il salvifico intervento d'attempati space cowboys. Cinema-ombra di un'altra ombra, finisce per clonarne anche il Dna formale, riprendendo l'ipertrofia di ralenti patinati e moine post-produttive, l'ornamentale pantheon d'atleti e modelle dagli standard hitleriani, e la smania, insieme fanciullesca e decrepita, da dinamitardo embedded, ostentando i tradizionali virtuosismi da faraonico disaster-movie per affermare la grandeur dell'apparato spettacolare attraverso la sua stessa distruzione.

Non mancano all'appello sparsi stimoli teorici, utili a sovrinterpretare i fantasmi di problematicità abbozzati da un prodotto culturale che, pur sbiadito e dozzinale, si vuole figlio dei suoi tempi. Lo scontro tra la civiltà terrestre e aliena, ad esempio, s'innesca solamente a seguito della reazione violenta della prima, conseguenza di un emblematico gap comunicativo (Un telefono volante ha causato tutto questo?), così come il parallelo tra le macchine aliene e il veterano mutilato, sfogatosi nell'identificazione di quest'ultimo come extraterrestre (attraverso l'incerto confronto tra il reduce e lo scenziato) nonché nella maggiorazione d'agilità dovuta alla sua protesi di metallo (divincolandosi dalle lamiere, per combattere gli alieni e guadagnarsi così un periferico lembo d'eroismo), sembra imporre la meccanizzazione dell'umano come un destino – tanto biologico che cosmico - a cui non ci si può sottrarre, in pieno ossequio alla filosofia di Bay. Ma è l'ossimorica comunione tra analogico e digitale (muscolarismo old school e pirotecnismi in computer grafica) ad offrire l'astuta sincresi estetica su cui va a fondarsi la strategia spettacolare di Battleship. Com'è stato osservato da Giulio Sangiorgio, l'intero film sembra percorso da un evidente cerchiobottismo strutturale, ormai assurto a componente irrinunciabile del blockbuster d'ultima generazione. Di primo acchito, i calcoli dei software sembrerebbero i soli responsabili dello show, armando d'impeccabile design le truppe aliene e innescando digi-esplosioni a catena, permutazioni e compenetrazioni di pixel, tra grandinate di proiettili e vividissime catastrofi (come la rapida panoramica su una Shanghai devastata, tra i massimi picchi effettistici dell'opera). Eppure, l'illusione digitalmente indotta s'alterna sempre a fiere esibizioni di sana virilità pre-tecnologica, prove di forza grevi e rozzamente umane - siano d'esempio l'improvvisa virata della nave con freno a mano o la sonora scazzottata tra soldato e alieno (con tanto di incisivi volanti), squarcio che vorrebbe forse rifare, certo depotenziandolo, quella falla digressiva e sublime dell'Essi vivono carpenteriano, azzardo insistito e burlesco di wrestling da strada (necessario a ridimensionare, come qui, un ordito solo in apparenza fantascientifico). 

Raggrinzita a plot fantabellico, la genealogia ludica di Battleship esce allo scoperto solamente a metà pellicola (dove viene omaggiata da una rapida sequenza di traiettorie grafiche e monitor d'antan), preferendo altrimenti svilupparsi sottopelle. L'avventura bellica, in fondo, prende inconsapevole avvio da una vera simulazione (un'esercitazione di guerra), come se la finzione possa generare da sé una nuova realtà. Il transfert (video)ludico reclama poi uno sguardo innocente (è un bambino il primo testimone a fissare, con un certo incanto, la visione di un ponte che crolla – ed è sui suoi occhi che la mdp va a stringere) e pretende che gli stessi personaggi esultino come giocatori incalliti all'affondamento di ogni nave nemica (trovando uno zenith di sbigottente ed esilarante non-sense quando, in ralenti, un irriconoscibile comprimario festeggia con scimmiesca ebbrezza calcistica. Le modalità sceniche con cui rappresentare la guerra inter-specie vorrebbero invece ricalcare alcune delle caratteristiche originali di Battaglia navale, negando agli uni la possibilità di conoscere la posizione degli altri e permettendo allo scudo alieno d'isolare il campo di battaglia dalla realtà circostante, come a delimitare una stilizzata griglia di gioco. Combattimento alla cieca tra simulanti e simulatori, prevede che l'insegnamento di Sun Tzu (Combattere il nemico dove non é) >vada gratuitamente citato e frainteso dal pressapochismo yankee, vessillo, a sua volta, di un pedante e stiracchiato encomio dell'americanità eroica (e ironica).

Dario Stefanoni
Voto: 4
  
(03/05/2012)




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