SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE

(William Shakespeare's A Midsummer Night's Dream )

di Michael Hoffman
TRAMA

I preparativi delle nozze del duca Teseo e della regina Ippolita, le schermaglie di due coppie di amanti, le magie degli elfi: o è stato solo un sogno?


RECENSIONI
Visioni già viste

Difficile stabilire a priori fino a che punto un’opera cinematografica debba rispettare il testo teatrale su cui si basa. Ciononostante, le pellicole tratte dalle opere di Shakespeare possono essere ripartite in tre categorie: fedeli nella forma e nello spirito, vale a dire le trasposizioni (nel senso migliore del termine); fedeli nello spirito ma non nella forma, ovvero i film veri e propri, invenzioni su un tema del Bardo; fedeli nella forma ma non nello spirito, cioè le illustrazioni, lussuose, anche dotate di una certa grazia, ma irrimediabilmente superficiali e superflue.
A quest’ultima classe appartiene l’opera di Hoffman, anche sceneggiatore. L’azione è trasportata – senza troppa originalità, dopo “Molto rumore per nulla” di Branagh – nella campagna toscana di fine Ottocento, ma ogni altro dettaglio resta uguale: il borgo si chiama Monte Atena (in questo modo non si perdono i riferimenti all’Atene di sogno dell’originale) e i personaggi, vestiti come comparse dei film Lumière, declamano interminabili monologhi di versi a rima baciata, mentre nel bosco che circonda le abitazioni dei mortali si aggirano le fate, abbigliate dei magnifici costumi ideati da Gabriella Pescucci.
Il dialogo presenta qualche taglio, ma l’intreccio è rispettato: quello che manca è l’essenza, il senso sotterraneo del testo. L’opera di Shakespeare è una riflessione sull’amore e sul teatro, illusioni rese reali, prepotentemente “vere”, dallo sguardo, sempre velato da un filtro (volontario o meno) che distorce l’obiettività delle cose: gli affetti mutano ad uno sbattere di palpebre, gli occhi riscrivono la realtà momento dopo momento, e chi si lascia ingannare è più saggio di chi resiste alla malia del racconto scenico e, perché no, cinematografico. Questo aspetto della commedia emerge solo nella scena della recita degli artigiani, pure viziata da noiosi lazzi e trovate vecchie come il mondo: quando Tisbe (interpretata, secondo le convenzioni elisabettiane, da un uomo) cessa di parlare con voce contraffatta e si libera della parrucca, conferendo finalmente autentica disperazione alle proprie parole, assistiamo alla negazione assoluta, liberatoria, del naturalismo, attraverso la quale è possibile giungere al profondo, puro realismo delle passioni.
Si tratta di uno dei pochi momenti di vera magia nel corso dell’intero film, dato che elfi e fate si dedicano a  scherzi grossolani e monotoni, mentre nella colonna sonora impazzano i grandi successi dell’opera italiana del XIX secolo, da Verdi a Bellini. La suggestione preraffaelita di scene (Luciana Arrighi) e costumi sarebbe stata esaltata da qualche pagina di Debussy, ma la produzione – americana – ha preferito puntare sul “sicuro”, e questi sono i risultati. Gli attori sembrano molto presi dal gioco, ed alcuni (Everett e Pfeiffer in testa) dispongono di una notevole presenza scenica, ma tranne che in un paio di casi – Kline e il giovane Sam Rockwell – è eccessivo parlare di interpretazione.
Hoffman dirige meglio di come scrive, e coglie con discreta abilità lo spirito della foresta incantata, nella quale è il paesaggio a mutare, mentre i personaggi rimangono immobili (si veda l’epifania della reggia di Titania, esaltata dalla cristallina fotografia di Oliver Stapleton): ma le scenografie ricostruite in studio sono troppo inamidate per catturare fino in fondo, le trovate comiche sono stupide e fintamente trasgressive come in uno show del sabato sera, le contaminazioni antico/moderno (la fate col giradischi, i folletti in bicicletta) si esauriscono in cinque minuti. Per essere un po’ più vicini al Bardo, meglio rivolgersi a Bergman o Allen.

Stefano Selleri
Voto: 5




Rangoni MachiavelliSelleri
5.5 5

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