CILIEGINE

(La cerise sur le gâteau )

di Laura Morante
TRAMA

Amanda ha paura degli uomini.


RECENSIONI

Anche Laura Morante affronta il compito in grado (?) di garantire l'estrema maturità a una carriera attoriale: da creatura adeguata alla messa in forma del regista, allo scarto, all'avanzo, al trasferimento improvviso dietro alla mdp. Una volontà stimolante per mettersi alla prova guardandosi alle spalle, vagliando un bagaglio insigne di successi (da Sogni d'Oro a À flor do Mar fino ad arrivare a Cuori) e per distaccarsi - e riscattarsi -  da un cinema italiano ormai decrepito e imprigionato a una Realtà sempre identica. La Morante quindi, decide di optare per le piccole storie, per i grovigli privati, sceglie le fobie, i malintesi e  i non detti.
Niente che non ci evochi Alain Resnais. Dopo aver lavorato con il cineasta francese, la Morante cerca di adattare alcune cifre care allo stile del regista modellandole al suo carattere intrinseco: le contraddizioni grottesche del quotidiano, le spinte emotive irrazionali, i dolori vacillanti individuali, il tempo che passa e non perdona, il vizio, il capriccio, il compromesso divengono nozioni generative atte alla costruzione di un microcosmo. Un microcosmo consacrato dal nero da cui fa abbozzo, fastidiosa, la voce fuori campo della  Morante, isterica Lucy Van Pelt (personaggio a cui la regista dichiara di essersi effettivamente ispirata), avvisaglia dell'eterna riappropriazione di una tradizione attoriale italiana ininterrotta.

La regista svela subito ogni cosa: Amanda ha paura degli uomini, è nevrotica e insopportabile, e, alla luce di tutto questo, bisogna farle credere che il suo promesso compagno sia gay per tentare un possibile capovolgimento di un atteggiamento dissennato. Un film che poggia il suo scheletro su punti di partenza inappuntabili, perde sostanza ad ogni sequenza, dalla solita messa in scena del personaggio gay caricaturale e quanto mai vacua, fino ad arrivare alla trattazione della materia amorosa, colonna portante e quanto mai imprescindibile (“brindiamo all'amore” declamano i personaggi nella sequenza finale), resa parodia attraverso soluzioni abusate: le nevrosi relazionali (la sequenza della ciliegina per l'appunto) e il dolore mai affrontato di petto ma sempre stemperato da un'ironia facilona e inflazionata fino allo sbadiglio, diventano motori di un intreccio narrativo che si blocca inerme ancora prima di generarsi.
È il gioco farsesco a far incespicare completamente il meccanismo, nulla più si muove nell'interiorità dei personaggi, nulla più ha senso, a parte L'amore, didascalico e gravoso traguardo a discapito di un possibile cambiamento di rotta dai terreni logori della commedia romantica. Un castello di carte che crolla sull'insostenibile lieto fine posticcio.

Mariella Lazzarin
Voto: 4.5
  
(19/04/2012)




LazzarinSangiorgio
4.5 4

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