SLEUTH - GLI INSOSPETTABILI

(Sleuth )

di Kenneth Branagh
TRAMA

Un noto scrittore affronta un attore disoccupato che ha conquistato il cuore di sua moglie.


RECENSIONI

Sleuth non va considerato il remake del film Gli insospettabili, è un nuovo adattamento dell’omonima opera teatrale di Shaffer (per quanto i collegamenti con la precedente riduzione cinematografica siano evidenti e innegabili, a partire dalla presenza di Michael Caine che interpreta il ruolo che fu di Olivier, laddove Law, promotore di tutta l’iniziativa, riveste i panni che furono cainiani – per la seconda volta dopo Alfie -). Il maggior motivo di interesse del film risiede proprio nella riscrittura dell’opera da parte di Harold Pinter che afferma di non aver mai visto il film di Mankiewicz e che svolge sulla pièce un lavoro talmente sostanzioso e marcato da poter considerare la sceneggiatura un suo nuovo testo inedito. Reduce il sottoscritto da una rappresentazione fedelissima dell’opera, messa in scena dall’Accademia dei Folli (Teatro Gobetti di Torino), le modifiche apportate dal drammaturgo mi si rivelano sostanziali: un drastico sfrondamento dei dialoghi che diventano molto più secchi e perentori, diretti e violenti (lo scontro verbale e virile in cui ciò che conta è il prevalere, tanto da rendere il traguardo un dettaglio secondario, è luogo ricorrente nell’opera dello scrittore così come il continuo rovesciamento di fronte con i personaggi che vedono mutare le proprie posizioni di rispettiva supremazia e subordinazione); una forte accentuazione, secondo il noto canone pinteriano, delle ambiguità narrative (il personaggio della moglie raggiunge la piena astrazione tanto da consentire libere ipotesi circa la sua possibile inesistenza come obiettivo effettivo - è oramai lontana da entrambi? -; il fatto che ciascuno dei personaggi riceva telefonate adducendole a lei non indebolisce tale possibilità, ma la rafforza); il definitivo coming out del sottotesto gay, già presente nel lavoro di Shaffer (poco o niente nel primo film) e qui (a dir poco) esplicitato (l’umiliazione nell’episodio degli orecchini è, come gran parte dei dialoghi, tutta “made in Pinter”); l’attenuazione del dato poliziesco (con modifica sostanziale del finale, che ho sempre trovato il punto debole del lavoro e che Pinter riscatta con un punto interrogativo) con viraggio deciso verso la commedia dark e (soprattutto) la sorprendente (e geniale) normalizzazione di quello che è il vero colpo di scena dell’opera teatrale (il poliziotto si scopre essere Milo travestito che Pinter fa scorrere via senza particolari sottolineature (è un artificio lontanissimo dal suo mondo e lo scrittore lo neutralizza, per così dire: non abbiamo mai dubbi sulla sua identità). Insomma il drammaturgo vira decisamente rispetto all’originale, conservandone il costrutto ma stravolgendone il contenuto, a volte dialogandovi giocosamente (Milo che viene dileggiato e viene chiamato “parrucchiere” che è esattamente la professione del personaggio nel testo originale).

Branagh, assecondando il gioco attoriale (Caine magnifico, Law perfetta faccia da schiaffi ed esplicito oggetto sessuale) e conscio delle ridotte possibilità di manovra in una messinscena soffocante e tutta concentrata su due soli interpreti, osa la vertiginosa plongé iniziale (e tiene lontano la mdp dai due attori per l’intero incipit); messi da parte i pupazzi (passione primaria del padrone di casa del lavoro originale) e sostituiti da Pinter con una serie di diavolerie elettroniche, il regista-attore sembra suggerire il tema dello sguardo e del metatesto, con i protagonisti quasi consci del palcoscenico/set e del loro essere scrutati (le telecamere); azzarda qualche inquadratura bizzarra (quella dalla cassaforte) e, dopo averli tenuti a distanza, nella seconda parte marca a uomo i due interpreti con un’alternanza di primi piani stretti che servono molto bene il testo. Il regista entra nell’opera teatrale da visitatore disinvolto, esattamente come fa con Shakespeare le cui riletture, piacciano o meno, hanno la caratteristica di prescindere dal contesto (da ultimo: l’ambientazione giapponese - ! – di As you like it), dagli interpreti (si pensi alle sue scelte multirazziali, tramicamente incongruenti) o dai generi (Pene d’amor perdute che diventa musical) per puntare l’attenzione sull’autore e sulle sue invenzioni drammaturgiche. Il risultato finale diverte molto, cinematograficamente non rappresenta certo un esito memorabile ma la reinvenzione che il grande Pinter (che si vede fugacemente in un’immagine televisiva) fa di Sleuth è motivo più che sufficiente per godersi lo spettacolo.

Luca Pacilio
Voto: 6.5




BaronciniBellucciBilliDi NicolaPacilioRanalliSangiorgioTallarita
5.5 6 7 7.5 6.5 7 6.5 7

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