CESARE DEVE MORIRE


di Paolo Taviani, Vittorio Taviani
TRAMA

Storia di un processo creativo: il regista Fabio Cavalli, nel carcere di Rebibbia, mette in scena insieme ai detenuti il "Giulio Cesare" di William Shakespeare.


RECENSIONI

Non c’è aria, nel carcere delle definizioni, nelle gabbie dei generi. Cesare deve morire è indagine documentarista impudentemente artefatta, cinema del reale astratto all’epica brechtiana, gioco scespiriano di scatole cinesi di finzioni, risurrezione del cinema civile. Non c’è un momento che paia non recitato, nel grigio, nel ferro, nell’oblio di questo Rebibbia: non gli stralci di spettacolo, non i frammenti di prove che - al montaggio - ricostruiscono nelle mura del carcere il Giulio Cesare di Shakespeare, non l’irrompere tra i reclusi dei conflitti reali, declamati, ricomposti, stilizzati. L’attore sociale (criminale, giudicato, punito) si sovrappone all’attore teatrale, al personaggio finzionale, poi alla recita del proprio sé: l’idea è che il gesto teatrale e cinematografico sia ventriloquo del reale, la rivendicazione, fiera e intransigente, è di una funzione catartica per l’arte. Ode all’antinaturalismo e abbraccio alla realtà concreta, Cesare deve morire riflette costantemente sulla natura dello spettacolo, affascina nella magnetica resa del testo scespiriano, aliena per mettere in circolo questioni etiche sullo sguardo e la compassione, sul giudizio e la morale. Un dispositivo pirandelliano (del Pirandello teatrale e di quello anticinematografico) che ravviva il cadavere del cinema dei Taviani, preservandone le costanti, il respiro paradossale della dialettica che lo anima (dal neorealismo a Mejerchol’d), che struttura ogni inquadratura (contesa tra verismo e astrazione pittorica, abitata da stupefacenti amatori che recitano le prigioni del proprio sé, dei propri personaggi), la necessità dinamica dell’illusione utopica (quella fuga: quel pannello: quel paesaggio che s’accende di colori) e la verità radicata nel passato remoto, nel folclore (Shakespeare è un interruttore di consapevolezza, l’uso del dialetto una riappropriazione scardinante), il simbolismo politico antipatriarcale, il didascalismo congenito, la capacità di precipitare sul presente in modo problematico. C’è aria, qui: non esente da ridondanze, è cinema libero, ben prima che rigoroso. Girato in digitale. Orso d’oro a Berlino 2012.

Giulio Sangiorgio
Voto: 7
  
(12/03/2012)




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