ALICE

(Alice )

di Woody Allen
TRAMA

Una signora dell’ottima borghesia di New York, afflitta da strani dolori alla schiena, si rivolge a un dottore cinese...


RECENSIONI

Alice ha una vita da sogno (almeno così sembra), ma è incapace di sognare, o meglio, di osservare i propri sogni, di scoprire la radice del male che l’affligge: l’incontro con uno sconosciuto da cui, chissà poi perché, si sente attratta sembra destinato a finire nell’elenco dei progetti incompiuti (cattolica per noia, donna senza carriera, moglie tiepida, madre distratta che imbottisce i figli di giocattoli). Ma il corpo è più saggio di lei: l’inespresso disagio dell’anima provoca un fastidioso mal di schiena che nessun medico è in grado di curare. Sarà un misterioso signore orientale, un po’ spacciatore, un po’ mago, a donarle non la salute, ma il coraggio di ridisegnare il profilo della sua vita. Sbrigativamente liquidato, per lo più, come versione comica di Un’Altra Donna (accostamento reso legittimo da una battuta nel finale), il film è una commedia arguta e profonda, oltre che visivamente raffinata: il mondo subdolo che circonda e ingloba, almeno inizialmente, la protagonista è un gioco di specchi cristalli vetri dietro ai quali (non) si nasconde la vacuità e insieme l’insolente sicumera dei riccastri di Manhattan, in deciso contrasto rispetto ai décor acquatici e cangianti (la pioggia, che sottolinea le fasi della passione di Alice, le sfumature bluastre del padiglione dei pinguini), lontani dalle soffuse luci dorate della menzogna, immersi nei colori cupi e liberatori dell’eros e del ricordo, in cui l’eroina si confronta con il passato e il presente, preparandosi a un futuro duro, vero, oltre lo specchio, al di là delle pozioni più o meno accortamente somministrate. Grandissimo come sceneggiatore (non solo nell’ambito delle gag, vedi l’ironia verso il supposto potere taumaturgico della tele-visione), Allen non maneggia con pari sagacia trucchi ed effetti speciali, lievemente appiccicati al racconto (molto meno efficaci delle scene oniriche, stilizzate e teatrali, d’incantevole leggerezza), e si concede un finale agiografico piuttosto imbarazzante. Ma il cast è eccelso [menzione speciale per gli (ex?) coniugi Mantegna e Davis], e le trovate [la Musa manageriale e penetrante (la metafora non è casuale)] seducono e commuovono senza possibilità di scampo.

Stefano Selleri
Voto: 7




Selleri
7

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