ALBERT NOBBS

(Albert Nobbs )

di Rodrigo Garcia
TRAMA

Albert Nobbs è un cameriere. Nessuno mette in dubbio la sua identità sessuale. Tutti lo credono uomo. Ma è una donna.


RECENSIONI

Albert Nobbs è un cameriere, Albert Nobbs è una donna. Che s'è vestita d'abiti maschili per sopravvivere, e la cui identità, in quelle vesti, è rimasta impigliata. Impagliandone la sessualità. Il desiderio della donna è affermarsi come uomo: «Qual è il tuo vero nome?» «Albert», risponde a Mr. Page. Che è Mrs., come lui/lei e come lui/lei s'è ricostruita un'identità. Per lavorare. Ed è integrato/a, sposato/a e innamorato/a di una donna. Si riconosce, Albert, e trasforma Mr. Page in uno specchio. Si sceglie una donna da amare, un lavoro autonomo da svolgere, eterodiretto/a dalle leggi dell'accettabilità sociale, prima che dal cuore. L'apparire uomo in società è ciò che lo/la muove. Il resto (la corsa in abiti femminili, la macchinosa seduzione della prescelta, il rifiuto di Mr. Page) sono solo inciampi di un percorso identitario ottuso, che dovrebbe essere lancinante, nel suo essere aproblematico. Dal 1982, anno in cui il testo è salito, con Glenn Close, su di un palcoscenico, sono passati 30 anni: oggi Albert Nobbs giunge al cinema, purtroppo diretto da Rodrigo Garcia, figlio d'arte, regista d'attori, illustratore inerme: le questioni in gioco sono estratte con parto cesareo e senno di poi dalla patina che le avvolge, una patina compita, elegante, vittima del décor, del tempo messo in scena, incapace di dare consistenza al desiderio, alla scissione tra essere e apparire, alla pacata, sublime cecità della protagonista. Non c'è dramma, in Albert Nobbs, solo figurine di un discorso, ovattato forum culturale sul concetto di identità sessuale, film elenco (nel finale, che sopravvive alla protagonista, si considera anche la problematica maternità) che non sa mai rendere tesi, tangibili, i propri nodi: apre parentesi didascaliche (il dialogo tra Albert e il dottore, alla festa in maschera: «Siamo entrambi vestiti da noi stessi», il profluvio di specchi), accende spie (il bimbo che guarda fisso Albert, prima, e Mr. Page poi: l'innocenza vede la verità, la società accetta artefatte costruzioni), ma rimane un esercizio muto, esangue. Riguardarsi Ivory, per favore: perché dietro la rigidità delle inqudrature, dietro la calligrafia mimetica, è possibile urlare la tragedia, trattenendola.

Giulio Sangiorgio
Voto: 4.5
  
(27/02/2012)




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