POLISSE

(Polisse )

di Maïwenn
TRAMA

Parigi. L’attività, le operazioni e gli scazzi giornalieri della BPM, Brigade de protection des mineurs, squadra composta da dieci elementi: il comandante Gérard detto Balloo, i tenenti Nadine e Iris e, a seguire, gli agenti Fred, Mathieu, Chrys, Sue Ellen, Nora, Gabriel e Bamako. Tutti sotto l’autorità del funzionario Beauchard, responsabile delle varie sezioni operative. Al gruppo viene provvisoriamente aggregata Melissa Zaia, fotografa incaricata dal Ministero dell’Interno di preparare un libro fotografico sull’attività della polizia. Legata sentimentalmente a Francesco, dal quale ha avuto due figlie, Melissa stringe una relazione con Fred, finendo per preferirlo al più ricco e influente compagno.


RECENSIONI

Scovate pure tutti i limiti che volete in Polisse (melodrammaticità, faciloneria, equilibrismo narrativo), ma di fronte alla trascinante vitalità sprigionata dal terzo lungometraggio di Maïwenn Le Besco appaiono inezie che solo un malinteso senso del rigore potrebbe scambiare per espedienti coercitivi o formule ammiccanti. Qui si tratta di ben altra cosa, ovvero della capacità esclusivamente francese di scrutare la realtà di tutti i giorni con sguardo frontale e incisivo senza lasciarsi condizionare da schemi precostituiti o logiche commerciali (come invece accade ad Acab, ‘fiction potenziata’ che, secondo l’opinabile e non trasferibile gusto di chi scrive, testimonia la riluttanza del cinema nostrano a sbarazzarsi del manicheismo paratelevisivo). Ne è riprova il metodo di lavorazione seguito dalla trentacinquenne cineasta nata nella banlieue parigina: lungo periodo di internato negli uffici della BPM (Brigade de protection des mineurs), massiccia raccolta di materiale osservato o riferito dai flic della “brigade des biberons” (lo sprezzante nomignolo col quale le altre sezioni della polizia chiamano la BPM) e stesura di un primo e magmatico abbozzo di sceneggiatura (successivamente rielaborata e disciplinata grazie all’apporto di Emmanuelle Bercot). Un apprendistato sul campo che pur in misura meno radicale ha coinvolto l’intero cast, sottoposto a uno stage concentrato in una settimana con due ex poliziotti della BPM. Obiettivo: approfondire la conoscenza delle tecniche della brigata e cementare il gruppo.

Polar d’autore che prosegue idealmente la linea Police (Maurice Pialat, 1985)-L.627 (Bertrand Tavernier, 1992)-Le petit lieutenant (Xavier Beauvois, 2005), Polisse si ricollega fin dal titolo alla quasi omonima pellicola di Pialat, di cui riproduce in scala minore la sintesi tra cronachismo e romanticismo, graffiando il realismo quotidiano con brucianti frizioni sentimentali. Ma a differenza dei film geneticamente affini, il polar di Maïwenn presenta due rimarchevoli differenze. La prima consiste nel microcosmo rappresentato: non più commissariati di quartiere, flic della “Stup” (la brigata stupefacenti) o della “Crim” (la brigata criminale), ma una squadra snobbata dalle altre unità e considerata di minore importanza nell’assegnazione di mezzi e risorse (e questa condizione penalizzante si presenta a più riprese nel corso del film, specialmente nelle dispute tra Balloo, il comandante della BPM, e il funzionario Beauchard). La seconda risiede nell’ottica adottata, nel cosiddetto punto di vista: non più un’angolazione feroce, semidocumentaristica o lacerante come quella di Pialat, Tavernier e Beauvois, ma uno sguardo esplorativo affidato all’azione simultanea di due (all’occorrenza tre) camere digitali. Maïwenn ha dato ai tre operatori Pierre Aïm (anche direttore della fotografia), Claire Mathon e Jowan Le Besco (fratello minore della regista) completa libertà di movimento astenendosi dal dirigerli canonicamente, ma pretendendo in cambio un approccio istintivo, reattivo. Catturare i lampi di verità sul set: ecco l’unica esigenza di messa in scena condivisa da questa insolita cellula cineasta-operatori.

Accordata agli interpreti la facoltà d’improvvisare sulla base di una sceneggiatura accuratamente strutturata (la collaborazione con Emmanuelle Bercot ha riguardato soprattutto il consolidamento dello script), Maïwenn ha girato un’enorme quantità di materiale (circa 150 ore) che ha impegnato tre diversi montatori per più mesi, producendo un primo assemblaggio di 200’ ridotto per sottrazioni progressive al minutaggio definitivo (127’). Un processo all’insegna dell’impetuosità controllata che traspare chiaramente nell’impaginazione narrativa: le operazioni della BPM sono presentate in una serie di pannelli che introducono i bambini oggetto di abusi o con problemi di sopravvivenza/sussistenza e, contestualmente o poco dopo, gli adulti che di quegli abusi e violenze sono responsabili più o meno pentiti (quasi tutti tendono a minimizzare). Ma, più ampiamente, a guidare la narrazione non vi è una vera e propria linea portante, bensì una continua carambola tra interrogatori in centrale, frammenti di conversazioni domestiche, operazioni sul territorio e pause occasionali in cui si precisano le dinamiche di gruppo. Pubblico e privato si intrecciano indissolubilmente, l’attività professionale riverbera su quella affettiva, i confini tra intimità e ruoli sociali si incrinano: ne esce un potente affresco che da una parte raffigura il carattere trasversale, interclassista della violenza sui minori e dall’altra tratteggia caratteri sfumati, a più dimensioni, lontani tanto dall’eroismo esemplare quanto dall’invulnerabilità psicologica e fisica.

Film corale, stilisticamente impulsivo e narrativamente rapsodico, Polisse è infine impreziosito da un cast che vede riuniti alcuni tra i migliori interpreti del cinema francese contemporaneo: Frédéric Pierrot nei panni di Balloo e Carole Franck in quelli della moglie Céline; Karine Viard nel ruolo di Nadine e Marina Foïs in quello dell’amica-nemica Iris; Karole Rocher nella parte di Chrys e Nicolas Duvauchelle in quella di Mathieu. Una batteria d’attori completata da Naidra Ayadi (Nora), Emanuelle Bercot (Sue Ellen) e dalla stessa Maïwenn nelle vesti della fotografa Melissa, autentico auctor in fabula che incassa in silenzio, facendo da scudo al film per interposto personaggio, le rituali accuse di miserabilismo e pietismo indirizzatele da Fred (il rapper-attore di origine martinicana Didier Morville aka Joeystarr, attuale compagno della regista-attrice). Proteste palesemente gratuite e ingiustficate, in realtà alimentate da un interesse che sfocerà in relazione sentimentale. Del resto se il registro dominante è a tinte drammatiche, non scarseggiano affatto pennellate distensive o sprazzi di ilarità collettiva che scaturiscono sia dalla necessità di esorcizzare l’orrore quotidiano con l’umorismo sia dal desiderio di condividere i rari momenti di gioia, come avviene durante la serata in discoteca per lo scampato pericolo di un bambino uscito dal coma. Sulle note di Stand on the Word dei Keedz, Fred apre le danze seguito a ruota da Balloo, la “Brigade des biberons” si sbraccia in una coreografia estemporanea e Sue Ellen si lancia in una lap dance da ovazione. Contagiate dall’euforia, persino le inquadrature si mettono a ballare. Presentato in concorso al 64º Festival di Cannes, Polisse si è aggiudicato il premio della Giuria. Strameritato.

Alessandro Baratti
Voto: 8
  
(06/02/2012)




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