LA CHIAVE DI SARA

(Elle s'appelait Sarah )

di Gilles Paquet-Brenner
TRAMA

La giornalista Julia Jarmond indaga sulla storia passata dell'appartamento in cui si sta per trasferire. Tra quelle mura sono nasconste tragiche ombre.


RECENSIONI

“A volte le storie che non riusciamo a raccontare sono proprio le nostre, ma se una storia non viene raccontata diviene qualcos'altro. Una storia dimenticata”.

L'intreccio tra passato e presente imbastisce un dialogo, talvolta scivoloso e impervio, tra le vicende individuali dei personaggi e la Storia. La reciprocità tra l'episodio della piccola Sara e della sua famiglia, vittime silenziose della Shoah, e la storia di Julia, intraprendente giornalista americana che vive in Francia, arricchisce la narrazione di una profondità e complessità assolutamente imprescindibili per un film che intende affrontare di petto aspetti complessi quali la riflessione sul valore della Memoria e sul rimosso storico. 
La chiave di Sara si sviluppa come un racconto corale in cui la complessità di sguardi e il vissuto personale si edificano nel silenzio di un appartamento, in un luogo fisico che accentra e custodisce la memoria che attende solo il momento perfetto per essere (ri)affrontata. 
Concretizzare il nucleo delle due vicende (la deportazione della famiglia di Sara presso il Vélodrome d'Hiver e la ricerca effettuata da parte di Julia dei fatti accaduti nel 1942 a Parigi) in un luogo fisico, una casa, un interno vibrante di quotidianità, fa sì che questo si trasformi in una sorta di sarcofago imperituro in cui convergono, con andamento opposto, le due storie separate dagli anni e riallacciate dalle quattro mura dell'appartamento parigino.
La parabola della piccola Sara si dispiega in un'impossibile lotta contro il tempo per riuscire a tornare a casa nel tentativo di liberare in tempo il fratellino, nascosto nell'armadio a muro dell'abitazione, delineando così un percorso progressivo, in avanti nel tempo, una corsa ad ostacoli vana e tragica. Invece il lavoro di Julia si muoverà nel senso inverso, a ritroso, scavando nel passato per dare un volto a chi è stato fagocitato dalle lacune storiche ed è diventato prigioniero dell'oblio. Un doppio movimento a cavallo della Storia che scaturisce e che ritorna nello stesso punto da cui ha preso origine, un'abitazione fattasi concrezione materica, forma prima ansante e poi decomposta di uno stato di corpi, di storie, di racconti e di ricordi.
Tanti i temi proposti sul piatto: la rimozione delle vicende accadute nel Vélodrome d'Hiver, il senso di colpa di una Nazione difronte alla tragedia assecondata e provocata, la Memoria gonfia di lacune, l'insostenibilità del dolore, la forza di ricominciare partendo da una piccola vita che si sviluppa in grembo di una nuova madre, la rivelazione di un'identità come svelamento di un nodo di incomunicabilità stratificata e dura da scalfire. Purtroppo tutto ciò rimane sospeso, potenziale, dimenticato ai margini di una narrazione che non riesce a trovare in sé una coesione forte in grado di sostenere il peso e la complessità delle premesse. 

Del resto se la prima parte del film risulta quasi completamente assorbita dai flashback riguardanti i fatti del 1942, la seconda, esaurita del tutto la trattazione delle vicende del ritorno a casa di Sara, è stancamente sbilanciata sui fatti riguardanti la vita della giornalista e della sua famiglia. 
In questo slittamento repentino si perde gran parte della sincerità di tutta l'operazione, trasformando la complessità e la stratificazione dei temi iniziali in un mero pretesto per parlare d'altro, qualcosa che non riesce ad attecchire come metafora unificatrice, ma che presenta solo un'altra storia a se stante, separata e scollegata, inservibile.

Martina Bartalini
Voto: 5.5
  
(24/01/2012)




Bartalini
5.5

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