SIGNS

(Signs )

di M. Night Shyamalan
TRAMA

Pennsylvania. Nella fattoria dell’ex pastore (di anime) Graham si verificano fenomeni inquietanti: spie di una presenza aliena?


RECENSIONI
Segnali disturbanti

Il terzo film occidentale di M. Night Shyamalan è, per tre quarti della sua durata, un valido esercizio di tecnica cinematografica: l’atmosfera claustrofobica non sarebbe indegna dell’Hitchcock de Gli Uccelli,  l’umorismo (di grana grossa) non manca e ci sono almeno due momenti memorabili (la fulminea apparizione dell’alieno sul tetto e la lunga sequenza notturna fra le piante). Purtroppo il regista-sceneggiatore risolve (e sciupa) tutto con uno dei finali più stupidi e malamente accomoda(n)ti mai visti al cinema, un improbabile peana a Dio, Mammà e Baseball, in cui l’impalpabile aura di mistero si disintegra sotto il peso degli effetti speciali (e limacciosi) targati George Lucas. Vorrà fare l’americano, anzi l’americante (direbbe Severgnini)? Speriamo (per lui) di no. Ottimo Phoenix, imperturbabile (per non dire di peggio) Gibson.

Stefano Selleri
Voto: 6.5



La fede cieca di Icaro

Qualcuno si fa passare per M. Night Shyamalan, forse un extraterrestre: vediamo sparsi ovunque i segni della sua poetica, ma nemmeno la vista delle astronavi ci persuade della loro esistenza. Come il personaggio interpretato da Mel Gibson, abbiamo perso la fede, con una differenza sostanziale: lui, attraverso un percorso di formazione interno al racconto, la riacquisterà; noi, apostoli de IL SESTO SENSO, la perdiamo man mano che il racconto procede. Perché? La fede di Shyamalan, stavolta, è cieca. Vedeva i morti e i supereroi (UNBREAKABLE), lo scetticismo dell'uomo, quella malinconia dello sguardo che prelude alla consapevolezza. Più compagno che maestro, sentiva con noi l'angoscia della solitudine, il bisogno di speranza dei nostri figli. Anche qui ha quel "terzo occhio" che preferisce sussurrare il sangue, l'orrore, il meraviglioso, invitando ad andare oltre l'evidenza, in cerca di sesti sensi predestinati, scansando l'effetto in favore del suo riverbero sull'espressione del volto umano. Chiama a raccolta GLI INVASORI SPAZIALI per LA GUERRA DEI MONDI e preferisce non vederli, è cieco e sordo (rumori del PREDATOR a parte), si chiude all'interno di una famiglia per sviscerarne le verità sepolte, le tocca con superficialità e abbraccia ancor più precipitosamente il credo religioso. La fede cieca semplifica, dicotomizza (i sospettosi vs. gli speranzosi), svuota i segni di sostanza. Gli INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO di Steven Spielberg sospendevano l’incredulità e trovavano la fede, quelli di Shyamalan la danno per scontata, anelano a Dio e rovinano come Icaro. Le coincidenze non esistono (forse nemmeno gli extraterrestri) e il vero Shyamalan fa capolino nell'intuizione finale dove i segni si uniscono per dare un altro senso all'esistente: fra baseball, bicchieri d'acqua, asma e premonizioni della moritura, è un tripudio accattivante di dettagli significanti.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 6.5



Il Talento non basta

Con la virtuosistica regia de "Il sesto senso" ha conquistato le platee e la critica di tutto il mondo. Con "Unbreakable" ha raccontato in modo originale la nascita di un supereroe, ma senza la sulfurea suggestione del film precedente. Con "Signs" la delusione si accentua, perche' la indubbia abilita' registica di Manoj Night Shyamalan non riesce a salvare un film poco coinvolgente e privo di emozioni. Lo spunto di partenza, su cui ha giocato il marketing per attirare migliaia di spettatori, sono i "crop circles", enormi cerchi disegnati sul terreno la cui esistenza resta tuttora un mistero. In realta' i segni del titolo (perche' lasciare l'impronunciabile "Signs" originale?) sono piu' che altro quelli del destino. La storia si concentra infatti sull'intimita' di una famiglia reduce da una tragedia che ha causato la perdita della fede nel capogamiglia, fino ad allora prete della piccola comunita' in cui abita. 
L'idea di un taglio trasversale al classico racconto di fantascienza e' sicuramente originale e la prima parte di attesa riesce ad incuriosire, poi pero' i nodi vengono al pettine in un epilogo consolatorio poco convincente, con un cambio di prospettiva risolutivo che non conquista. Colpa soprattutto di una sceneggiatura che ripropone senza alcuna ironia (a parte un "Sembra la guerra dei mondi" pronunciato da Joaquin Phoenix) situazioni viste e straviste, a partire dai classici B-movie degli anni cinquanta fino alle produzioni piu' recenti. Ecco quindi che il bambino asmatico in astinenza farmacologica ("Panic room"), il libro anticipatore di eventi (piu' di un episodio di "Ai confini della realta'"), la vulnerabilita' aliena all'acqua ("Il giorno dei trifidi"), la famiglia barricata nella casa ("Il ritorno dei morti viventi"), la corsa nell'oscurita' attraverso i campi di grano ("Grano rosso sangue" ma anche il recente "Radio Killer") vengono recepiti come un semplice e poco fantasioso "gia' visto". Non aiutano nemmeno le battutine sdrammatizzanti, i bambini saggi e lungimiranti (bravi, ma basta!), gli alieni iper-evoluti ma (s)vestiti come mummie ambulanti e incapaci di aprire una porta, e un protagonista, Mel Gibson, legnoso e poco credibile. 
Restano l'abilita' del regista nel creare con poco un'atmosfera di pericolo imminente, la morbidezza dei movimenti di macchina, la fotografia evocativa di Tak Fushimoto, qualche momento di tensione e l'idea sempre interessante di un disegno nelle coincidenze che capitano nella vita, ma il gelo accompagna la visione e nessun brivido esce dalla sala insieme allo spettatore.

Luca Baroncini
Voto: 5.5



COMMENTI
I Segni nello Schema

SEGNALI CHIARI: grande tecnica, perfetta composizione delle immagini, una concezione della cui portata si acquista piena cognizione solo alla fine. Le atmosfere Shyamalan riesce a costruirle molto bene, in questo senso la primissima parte è densa e riuscita ma, come al solito, lo sviluppo è un po' stentato e tutto il corpo centrale della pellicola è un lungo prologo alla parte finale, tesa e impennata, in cui le tessere del mosaico, fino a poco prima poco significative, illeggibili di per sé, apparentemente inutili, trovano tutte la giusta collocazione legittimando ogni singolo passaggio del film stesso. In esso il regista dimostra ancora una volta una buona dose di mestiere: esaurisce tutte le possibilità misteriche del soggetto e passa elegantemente al registro demenziale, strizza l'occhio da auteur all'intrattenimento (questi bambini, così banalmente e coscientemente hollywoodiani) ché il desiderio di essere accattivante è sempre più forte di lui, non si risparmia il risvolto autoreferenziale (l'apparizione del regista sottolineata da un "E' lui" che solo alla fine sapremo collocare tramicamente in maniera esatta), cita Hitchcock (GLI UCCELLI, gli archi hermanniani dei titoli di testa), forse anche Romero (LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI) o (azzardo ma una somiglianza c'è) PANIC ROOM (i protagonisti rinchiusi nella cantina\bunker col bambino in crisi d'asma che ha bisogno dell'adrenalina).
SEGNALI OSCURI: quella di Shyamalan è una formul(ett)a limitante e limitata che funziona, certo, ma che pura formula rimane; i suoi film, intrisi di una poetica un po' semplicistica (new age?) e oramai riconoscibile - i cui termini non starò a riassumere - sono sempre, conseguentemente, affetti dalla piaga dell'inevitabile schematismo che impedisce all'Idea di farsi piena e avvolgente suggestione. Anche in SIGNS, dunque, non vi è traccia di evoluzione, siamo nell'elegante maniera, e questo fa un po' rabbia se consideriamo la qualità delle intuizioni di partenza.

Luca Pacilio
Voto: 6




5.5 6 7 6 7 6.5 7 6.5 Trinchero7

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