BEREAVEMENT

(Bereavement )

di Stevan Mena
TRAMA

Un bambino affetto dalla rarissima malattia di non sentire dolore viene improvvisamente rapoto da uno spietato killer che lo porta nella sua macelleria per addestrarlo come complice dei suoi bagni di sangue.


RECENSIONI

  La prima cosa che salta all’occhio di Bereavement è la figura di Stevan Mena che si presenta allo spettatore nei titoli di testa come autore principe dell’opera, il responsabile (quasi) unico, colui sul quale far ricadere meriti o colpe. Il giovane regista americano, dopo essersi affermato nel circuito horror statunitense come uno degli autori più promettenti, si presenta qui in veste di regista, scrittore, produttore, musicista e montatore; una concentrazione di ruoli giudicabile, col senno di poi, troppo ambiziosa.
Il film si pone sulla scia degli slasher movie odierni, sul filone che negli ultimi anni fa capo ad Hostel, e tenta di rimanervi sostanzialmente fedele eccetto alcuni, pedanti, straripamenti tematici appartenenti ai vari sub-plot. Come nelle migliori occasioni si assiste al più classico degli inizi, con il solito montaggio alternato, il solito innocente al quale succederà di lì a poco qualcosa di terribile e il solito killer senza volto che compare all’improvviso e sempre all’improvviso scompare.
Al di fuori delle scene per stomaci forti, Bereavement risulta una collezione disordinata di banalità: la trita e ritrita dialettica manichea tra città e campagna; l’insignificante apologia della (ovviamente bellissima) protagonista che passa persino per la sua emancipazione sportiva (sempre che siano solo sport femminili, sia chiaro); il fatale destino già scritto che migra di padre in figlio in ogni singolo personaggio. Ciò che però rende il film ancora più indigesto è l’ostentazione con la quale impone il suo senso ultimo, la costrizione con cui offre il proprio messaggio, ovvero lo psicologismo spicciolo per cui ogni attante, anche il più spregevole, si comporta in un certo modo esclusivamente perché ha avuto (o subito) un’infanzia sui generis. Viene pian piano fuori che la violenza o l’egoismo di ogni personaggio sono sempre motivati dalle crudeltà subite in passato, meglio se dai genitori.
A conti fatti ciò che del film rimane quanto meno efficace sono proprio le scene splatter, quelle in cui fiumi e fiumi di sangue scorrono sullo schermo sotto assordanti tuoni sonori. Un’ultima piccola nota positiva è rappresentata dal cameo iconico di John Savage che incarna il segmento (auto)ironico del film con la sua recitazione sopra le righe.

Attilio Palmieri
Voto: 5
  
(29/12/2011)




Palmieri
5

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