BAD POSTURE

(Bad Posture )

di Malcom Murray
TRAMA

Flo e Tray, due adolescenti alle prese con la vita di strada ad Albuquerque, tra ansie giovanili e micro criminaltià.


RECENSIONI

L’America del New Mexico, dei fast food, delle rapine improvvisate, dei soldi racimolati con metodi di fortuna inventati di volta in volta, della commistione razziale mai del tutto amalgamata, delle comunità di ispanici sempre, quantomeno parzialmente, implicate col narcotraffico, l’America di Albuquerque, città resa celebre sugli schermi in tutte le sue contraddizioni da Breaking Bad, una delle più raffinate realtà della serialità americana contemporanea. Nella maggiore città dello stato del Sud si incrociano adolescenze interrotte ancor prima di iniziare, ragazzi cresciuti in strada che, in maniera più o meno obbligata, si trovano ad essere criminali.
In quest’ambiente di devastazione sociale e morale crescono Flo e Tray, i quali offrono al regista il pretesto per mettere allo specchio due tipologie diverse d’identità, due modi antitetici di reagire: all’immersione nella malavita e nello spaccio di droga quotidiano di Tray, Flo risponde con un atteggiamento (come da copione, per la verità) introverso e riservato, ma al contempo ribelle verso un mondo che non accetta e dal quale non si sente accettato.
 Il film è convincente quando offre un affresco su una generazione senza speranze, dai sogni perduti e senza ormai più ambizioni, ma appare troppo indulgente e rassicurante quando presenta l’attività di street writer dei ragazzi come unico sfogo possibile. Le scene in cui i protagonisti sono alle prese con bombolette e passamontagna non solo stonano tematicamente, ma appaiono fuori posto soprattutto dal punto di vista stilistico: le sequenze di writing sono caratterizzate da un generale lirismo (apologia per l’unica - a parere dell’autore - ribellione possibile), un’atmosfera ritualistica coronata da una colonna sonora indie-rock e un montaggio musicale serrato che confliggono con il minimalismo del film. Stile sottrattivo che si manifesta nella maniera più felice proprio nel finale in cui il regista, evitando il lieto fine e il suo opposto, opta per la più sincera messa in scena di una realtà priva di ogni tipo di fertilità.

Attilio Palmieri
Voto: 6.5
  
(29/12/2011)




Palmieri
6.5

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